La Libertà è Schiavitù.

“Ci sono epoche della storia in cui si può andare avanti soltanto ritornando indietro”. Così Panfilo Gentile ammoniva i posteri sullo sfacelo morale e culturale che provoca una brusca accelerazione dello sviluppo di un paese. Quando alle innovazioni in campo scientifico e puramente sociale non vanno ad accompagnarsi innovazioni anche dal punto di vista istituzionale, ciò che va a prodursi è, per l’appunto, il degrado sociale del paese.

Pressappoco capitò la stessa cosa all’impero romano: nato dai più fervidi entusiasmi, cresciuto con l’ausilio delle menti più geniali, fu debellato non da un nemico esterno ma dai suoi mali interni. Dai quali, inconsciamente, ne fu roso. Sembra quasi la storia del giovane ereditiere di campagna: ricevuta la ricca eredità dal padre, non fa altro che sperperarla.

Dicevamo o meglio, diceva: ci sono epoche della storia in cui si può andare avanti soltanto ritornando indietro. La nostra è una di quelle. Il perché, appare comprensibile. Il luccichio delle vetrine e delle televisioni, che istupidisce accecandoci gli occhi e trasmettendoci l’immagine di una società ricca e sana, ha creato il mito del progresso, novello Prometeo, donatore di una agognata libertà grazie all’emancipazione dall’oppiaceo religioso e dal palliativo statuale. La capitolazione degli ordini, che trova un suo punto di partenza nella rivoluzione francese, ha prodotto un aumento delle istituzioni. A ciò, è seguito uno svuotamento d’ogni loro valore agli occhi dei consociati.

Il ceto borghese, benché abbia saputo spazzare via i retaggi di un’aristocrazia disinteressata ai malanni di uno stato sociale, ha concorso a creare una schiavitù peggiore: la schiavitù del reddito. Per la quale si avanza grazie all’accumulo di ricchezze, non per possesso di etica. Le diversità vengono accuratamente celate sotto il teorema dell’eguaglianza, secondogenita figlia della rivoluzione francese, sapientemente presentata, nel corso dei secoli, come la gemella di sua sorella libertà. Di talché, l’utilizzo di uno dei due termini, richiama immediatamente l’altro (diceva Verlaine: “Quando vedi l’oratoria, tirale il collo”. E a noi piacerebbe tanto farlo, a chi ha proposto queste associazioni di idee).

Sebbene appaia una illogicità, affinché vada goduta appieno, la libertà necessita di essere imbrigliata, proprio con le catene della morale. La nostra è una società in affanno perché non esiste un qualcosa di metafisico, laico o religioso, statale o parastatale, in cui rifugiarsi, trovandovi risposte.

E’ la società dell’uno, del nessuno e dei centomila (per riportare un titolo di pirandelliana memoria), in cui al crescere del mito dell’eguaglianza, è cresciuto il disinteresse nei confronti dell’individuo e della sua crisi. Ed in cui, alla possibilità di dialogare col singolo, s’è contrapposta la incapacità di farsi ascoltare dalla massa.

Da ciò è nato uno scadente sottoprodotto, noto col nome di progresso; il quale, abbattendo le colonne portanti della nostra società, prime fra tutte: Stato e Chiesa, vi ha costruito sopra due obbrobri architettonici: gli altari del reddito e del possesso.

Riteniamo che un recupero della società passi proprio da un recupero della morale. La quale deve stoicamente ripescare l’individuo dal voluttuoso baratro del consumismo, figlio scemo dell’epicureismo.

Quando un organismo va in putrefazione, non si può costruire nulla tra i miasmi. Bisogna iniziare da capo, ritornare indietro e ricominciare da ciò che si è perduto. Il progresso, oggi, può significare solo reazione. E l’unico modo per essere progressisti, è essere reazionari!

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Antonio Ascolese

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