Riflessioni Alchemiche 2

La scienza moderna, che pure ha isolato, almeno in un primo tempo, l’alchimia nella preistoria della chimica, o nella illusione di mitiche potenze, è pervenuta a sua volta, dal concetto tradizionale della materia a quello attuale della trasformazione. La possibile interpretazione delle cose inerti in termini di energia fu intuita fra i più illuminati tra gli alchimisti. Ciò avvenne sia in relazione alla concezione del cosmo animato da leggi personificate in dei, sia in rapporto al principio unitario della vita: l’ideale dell’Architettura dei Mondi. Esso emerge dagli stati grezzi della vita e si presenta quale spirito in continua evoluzione. E’ chiaro dunque il significato umano dell’occultismo alchimistico, per il quale, tanto il Piombo, quanto l’Oro sono punti di riferimento comprensibili nell’interiorità dell’individuo. I simboli alchemici divengono attuali sul piano psicologico ed anche psico-analitico, alla luce della costruzione iniziatica (la vita dell’Io rinnovata nell’Universo)”.

Carlo Gentile.

La connessione Terra-Pietra e le prime parole del titolo: “Sulla pietra…”

La nostra specie umana è da qualche milione di anni “su una pietra”, quasi sferica, del diametro di 12.750 Km che si muove – alla faccia di chi la voleva immobile – e ruota sul proprio asse alla velocità di 1.668 Km/h. Inoltre, assieme ad altre “sette e più” sfere di “pietra”, grandi e piccole, essa gira ancor più veloce attorno a “un’altra pietra”, infocata, che è soltanto uno dei miliardi di soli fra i miliardi di ammassi stellari di un universo in espansione da 15 miliardi di anni.

Questa bella “pietra” che chiamiamo Gea, coperta d’acqua per 7/10 e perciò azzurra, ci porta in giro a “navigare” nello spazio assieme a tutto il sistema solare alla velocità di 72.000 Km/h verso la costellazione di Ercole (dove ci aspettano forse altre fatiche, eroiche e simboliche). Ma Gea, detta anche Gaia o Terra, “si muove” anche nel senso di trasformarsi ed evolversi tanto da rendere possibile che dalla furia armonica dei suoi elementi un tempo ignei, poi acquei, aerei-gassosi e finalmente condensati in minerali rocciosi sgorghi la stessa vita terrestre.

Così, dalle alghe monocellulari di 2,5 miliardi di anni fa, fino agli organismi pluricellulari di 800 milioni anni fa e, poi, al mondo vegetale e a quello animale siamo arrivati fino a noialtri mammiferi, dapprima umanoidi e poi umani, che con molta presunzione ci definiamo “sapientes” e non sappiamo nemmeno quale realmente sia il “piano architettonico” sotteso a quest’opera di trasformazione, definita anche Creazione.

I quattro Elementi della Tradizione Occidentale

A questo punto, è doveroso fare una divagazione sui 4 Elementi dell’Astrologia esoterica (non quella dei rotocalchi), secondo la Tradizione Occidentale (mentre quella Orientale di Elementi ne ha, apparentemente, cinque). Propongo una visione provocatoriamente sintetica nata da diversi approcci, salvo poi dipanare – con i Vostri contributi – i fili troppo ingarbugliati.

Introduco la sequenza di Fuoco, Acqua, Aria e Terra, che sono “visibili” ai quattro angoli della Terra e del Cielo, cioè ai punti cardinali, anche del Tempio Iniziatico, accennandone la derivazione dalle 4 Qualità di Caldo, Freddo, Secco e Umido che sono più antiche e legate alla meteorologia. Ne presento gli aspetti più salienti riscontrabili nella nascita dell’uomo (Antropogonia) e le analogie con la nascita del cosmo (Cosmogonia):

  • 1. FUOCO (Est): misto di SECCO-CALDO, è lo spermatozoo, il seme, il principio creatore, che dà impulso alla vita. Per il Cosmo, è la Causa prima, la legge primaria che provoca il Big bang e l’inizio, la “Luce”.

  • 2. ACQUA (Nord): misto di CALDO-UMIDO, è l’ovulo, il grembo materno che accoglie il seme nella fecondazione-gestazione e lo avvolge nella placenta e nel liquido amniotico. Per il Cosmo, è la legge binaria e duale, la “separazione delle acque dalle acque”, quelle “al di sopra del firmamento” (simbolico, di cui nulla possiamo sapere) e quelle “al di sotto del firmamento”, nel nostro “cielo”, in parte conoscibile.

  • 3. ARIA (Ovest): misto di UMIDO-FREDDO, è lo zigote, lo sviluppo equilibrato dell’embrione-feto nel grembo in cui c’è l’incontro-scontro di due Dna con la costruzione dell’Rna “messaggero” che presiede alla formazione di quella determinata creatura, la quale però “respira” e si nutre attraverso la madre . Nel Cosmo, è la Legge ternaria delle tre forze plasmatrici che dal caos all’ordine, nell’inimmaginabile continuum a n dimensioni, si apprestano alla formazione di questo Universo a 3 dimensioni spaziali più la durata.

  • 4. TERRA (Sud): misto di FREDDO-SECCO, è la nascita del bambino che riceve la “segnatura” di tutto ciò che lo circonda , è il primo strillo-respiro del nato con un vestito di pelle “in affitto” (a lentissima evoluzione), da tenere con cura fino alla “restituzione”, certa, alla Terra. Nel Cosmo, è la Legge quaternaria in cui si sono “cristallizzate” le energie di formazione del “nostro” Universo spazio-temporale, in espansione ormai da 15 miliardi di anni-luce e forse destinato al Big crunch (il grande accartocciamento). E’ la legge che dà reale origine alle galassie, ai soli e ai pianeti e, sulla Terra, al mondo minerale, vegetale, animale e umano.

Ci si potrebbe anche domandare quale “quid” intervenga tra i punti 1 e 2 (Fuoco e Acqua, a cui il libro del Genesi allude con le primissime parole, “In principio, Iddio creò i cieli e la terra” e con il “Fiat Lux”), o, se al punto 3 (Aria), le tre Forze plasmatrici facciano le “prove”, con diversi tentativi, o seguano un percorso “casuale” più che “progettuale”. Ma per ora può bastare.

Le “trasformazioni” e le Forze cosmiche “personificate in dèi”

Le parole di Carlo Gentile mi hanno finora guidato, quasi per fiducia, nella Sua visione ispirata, geniale e poetica al tempo stesso. Ma, come costruttori di noi stessi e di Templi architettonicamente stabili, sicuri e vivibili, siamo tenuti sempre a fare le opportune verifiche. Visto che sono arrivato ad accennare vagamente ad alcune “trasformazioni”, in relazione alla nascita del cosmo e dell’uomo, ho e – credo – abbiamo, tutti assieme, il dovere di domandarci che voleva dire il Maestro Gentile con le parole “concezione del cosmo animato da leggi personificate in dèi”?

 

Con un po’ di fortuna, scartabellando libri e inseguendo idee, m’ero imbattuto più volte nel concetto del Tempo, oggettivamente difficile da misurare con esattezza senza i moderni cronometri. Per l’uomo dei nostri tempi, è facile visualizzare un complicatissimo spazio tri-dimensionale che “diventa” quadri-dimensionale con l’aggiunta del tempo, il cui vettore o freccia – assicurano i fisici – scorre solo dal passato al futuro, passando per il presente. Ma per l’uomo arcaico, ingobbito e precocemente invecchiato dal dovere di soddisfare i bisogni primordiali e dalle paure di tutto ciò che lo circondava e poteva annientarlo in un attimo, esisteva lo spazio “piatto”, bi-dimesionale, di una pietra-terra immensa e quadrata, più la tri-dimensionalità delle cose dalle diverse prospettive secondo cui si possono osservare con la visione binoculare degli occhi, e uno scorrimento inafferrabile della “durata” (delle cose, di sé stesso e dei suoi simili) alternata soltanto da un ritmo binario: luce-tenebra e vita-morte.

 

Eppure, questa “durata”, che soltanto dopo millenni di osservazione e deduzione sarà chiamata Tempo e personificato in Kronos (e poi in Saturno), macina uomini e civiltà, manufatti, monumenti e conformazioni oroidrografiche, idee, sogni e divinità, immaginate con la semplice proiezione di facoltà umane alle incomprensibili Forze cosmiche.

 

Il libro che spiega con paziente ricostruzione di varie civiltà e di varie cosmogonie tutto questo complicato meccanismo esiste ed è “Il Mulino di Amleto – Saggio sul mito e sulla struttura del tempo”, che cominciò a circolare dal 1969 (1) e fu certamente noto al Maestro Gentile. In esso, i due Autori, de Santillana e von Eschend, spiegano che regole e fenomeni cosmici venivano esposti nel linguaggio del mito, dove ogni parola-chiave era “oscura” per l’uomo comune, ma chiaramente “scientifica” per chi sapeva osservare la Terra e il Cielo.

 

Dal “Mulino di Amleto”, apprendiamo che per l’uomo arcaico (cioè fino ai primordi delle civiltà note) il concetto di “terra” non era solo relativo al suolo terrestre, ma al piano ideale passante per l’eclittica (cioè l’orbita terrestre e la traiettoria apparente del Sole sulla fascia zodiacale), mentre la “terra emersa” era il piano ideale passante per l’equatore celeste (prolungamento di quello della Terra). In tal modo, l’equatore divideva in due metà la fascia zodiacale, disposta sull’eclittica e inclinata di 23°27’ (causata dall’inclinazione dell’asse terrestre). La prima di queste zone era la “terra emersa”, cioè la fascia settentrionale dello zodiaco, dall’equinozio di primavera a quello d’autunno passando per il solstizio d’estate (da Est a Ovest passando per il Nord); l’altra fascia, quella meridionale dall’equinozio d’autunno a quello di primavera passando per il solstizio d’inverno (cioè da Ovest a Est passando per il Sud), rappresentava il “mare”. Ma i “punti” equinoziali e solstiziali non sono eterni e – per effetto della rotazione “a trottola” della terra – si spostano di un grado ogni 72 anni nel grande ciclo di quasi 26.000 anni caratterizzato dalla cosiddetta precessione degli equinozi. Verso il 3.000 a.C., la “stella Polare” era “Alfa Draconis”, ai tempi della Grecia classica era “Beta Ursae Minoris”, attualmente è “Alfa Ursae Minoris” e nel 14.000 d.C. sarà Vega.

 

All’anno “zero”, che i due Autori fissano al 5.000 a.C., il punto gamma (incrocio fra eclittica ed equatore celeste) del Sole all’equinozio di primavera era nei Gemelli, poi passò in Toro, poi in Ariete e infine in Pesci dove si trova ancora e ci resterà per quasi due secoli (nonostante le favole “New Age”, che lo vorrebbero già in Acquario). La nostra età è segnata dall’avvento di Cristo assimilato simbolicamente ai Pesci (Ichthùs); l’età precedente, quella dell’Ariete, era stata preannunziata da Mosè, disceso dal Sinai “con due corna”, mentre il suo popolo, disobbediente, si ostinava a danzare attorno al “vitello d’oro”, alla maniera egiziana che aveva venerato il bue Api nell’età del Toro. “Così – si legge nel ‘Mulino d’Amleto’ – erano i cieli nelle loro rivoluzioni a dare la chiave, mentre gli eventi di questa terra recedevano fino a diventare insignificanti . L’attenzione veniva concentrata sulle presenze superne, lungi dal caos fenomenico che ci circonda” e, anzi, possiamo aggiungere, la comprensione dei cieli segnava il passaggio dal caos primordiale (o da qualche caos parziale di una delle tante catastrofi periodiche come i diluvi) all’ordine. E tutto ciò che si muoveva di moto proprio in cielo, in particolare il punto gamma di un segno zodiacale ogni 2.200 anni, o i pianeti con il loro incedere maestoso (Saturno torna nello stesso punto dopo 29,5 anni), assumeva una gravità sempre più maestosa, quasi divina, mentre gli uomini erano soggetti al loro volere.

Gli dèi passano e noi restiamo… uguali

Che sia volontà o meno degli dèi (forze cosmiche o naturali, entità zoomorfe o antropomorfe) in forme quasi concrete o astratte, trascendenti o immanenti, noi a una cosa sola pensiamo da sempre: a sfruttare, saccheggiare e distruggere lerisorse, la vita e l’humus di questa pietra-Gea da cui siamo nati, sterminando appena possiamo e con tutti i mezzi a nostra disposizione (non solo con le armi e con le guerre) il maggior numero di nostri fratelli umani che dallo stesso humus sono nati.

Questo pensierino della sera fa già vacillare la mente di fronte al mistero dell’infinitamente grande o – se al posto di un telescopio usiamo un super-microscopio – di fronte al mistero dell’infinitamente piccolo. E dovrebbe far tremare le vene e i polsi di chiunque nutra sogni titanici, se non addirittura demiurgici, in nome di una scienza spesso disumana che ben poco può fare per la nostra fragile esistenza, sempre in bilico fra distruzione da parte di forze naturali esterne, quasi del tutto sconosciute, e l’auto-annientamento causato dalla “miccia troppo corta” della nostra iracondia, individuale e collettiva, che esplode per i motivi più irrazionali e che non ha riscontro nei milioni di altre specie viventi, anch’esse, su Gea-Gaia.

Eppure, come ha scritto Diego Vaccari (2), geologo che da anni studia la geografia sacra, “è ben impresso nella memoria di tutti lo stupore e l’emozione dato dalle prime immagini della terra vista dallo spazio (l’arancia blu) e la percezione dell’essere tutti legati da un comune destino”. Vaccari ha analizzato a fondo le idee su Gaia, Madre Terra, di Lovelock (3) il quale considera il nostro pianeta come un “unico organismo vivente, capace di autoregolarsi e quindi rispondere a tutti i fattori, nuovi ed avversi, che ne turbano gli equilibri”, già ipotizzato da Leonardo da Vinci (4).

Se, per Leonardo – ha scritto Vaccari – “le acque che percorrono la terra sono l’equivalente della circolazione sanguigna nell’organismo umano, perché non ipotizzare che le correnti magnetiche sotterranee siano l’equivalente del sistema nervoso umano? E che queste correnti in taluni punti della superficie terrestre circolino in modo più superficiale? E che talvolta ne fuoriescano? O comunque siano più manifeste?”.

Laddove le forze telluriche manifestano qualità energetiche e vibrazionali particolari – secondo Vaccari – gli uomini riconoscono “il luogo magico, il luogo alto, il luogo di forza” e “vi edificano templi e santuari”. Che fossero “incisioni di graffiti e pietre allineate o piramidi, cattedrali o moschee – ha scritto Vaccari – l’uomo ha voluto così garantirsi, rispettando un determinato rituale, del miglior rapporto con il divino là dove questo si è manifestato”.

Certo, noi possiamo ipotizzare tutte queste cose, ma la risposta a simili interrogativi è assai difficile e non ancora suffragabile da prove di apparati tecnologici delle scienze moderne, a meno che – un bel giorno o un brutto giorno – qualcuno non intraveda applicazioni di sfruttamento egoista delle energie telluriche o di altrettanto egoista utilizzo come potenziale bellico.

Le trasformazioni della Pietra

Nella nostra storia recente ci siamo anche resi conto di essere noi stessi delle “pietre“, a base non solo minerale (con prevalenza di carbonio, che reagisce con l’ossigeno a valenza due o quattro), ma gassosa-aerea, acquea e ignea. A volte, inoltre, ci siamo paragonati a “pietre” che possono essere lavorate, sgrezzate e levigate tanto da essere giustapposte ad altre pietre sino a formare un edificio dell’umanità in base a un progetto “architettonico”, che sia più “grande” e più “poderoso” delle singole nostre capacità, senza finire ogni volta per fare una pretenziosa “Torre di Babele”. E ogni pietra sarà “utile”, o forse persino indispensabile, come scopre chiunque rifiuti una “pietra anomala” o “difforme” da certi standard e poi si accorge che quella pietra è proprio “perfetta” per diventare “pietra d’angolo” o “chiave di volta” e quindi per reggere la fondazione stessa di un edificio o di un Tempio e il suo slancio verticale.

Ecco – ci ricorda il profeta Isaia (28, 16-17) – così parla il Signore, l’Eterno. Ecco, io ho posto come fondamento in Sion, una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire. Io prenderò il diritto per livello, e la giustizia per piombino; la grandine spazzerà via il rifugio di menzogna e le acque inonderanno il vostro ricetto…”

I toni di Isaia sono già apocalittici e alludono sia al disvelamento di realtà nascoste sia a tempi catastrofici che si ripetono ciclicamente nel mulino del tempo, ma danno un senso preciso alla pietra come simbolo di una perfezione a cui si può almeno tendere, qui e ora, e carico di significati etici prima ancora che religiosi. Sempre con cautela e benevolenza, ovviamente, e soprattutto tenendo ben presente che – come ricorda il Salmo 118, 21 – “la pietra che gli edificatori avevano rigettata è divenuta la pietra angolare”.

Parimenti, ogni tanto, per effetto di rare ispirazioni “filosofiche” (nate cioè dall’amore per una Sapienza che ci supera e che qualcuno ha personificato in Sophia) o per qualche “rivelazione” del sublime “quid” divino che è in noi e fuori di noi, ci rendiamo conto di essere “pietra che tornerà a essere polvere” oppure che “può tornare alla fonte primigenia” di un Fuoco primordiale, che è anche Luce, istante a-temporale eterno, non soggetto alla distruzione certa da parte della freccia del Tempo o del “Mulino di Amleto”.

Chissà – dopo qualche milione d’anni passati a scheggiare selci – qual è stato il meccanismo che ci ha fatto riconoscere “pietra, parte di una pietra più grande”, minerale mortale e velenoso, o prezioso come un cristallo trovato nelle viscere della “terra”, da cui intuiamo che possiamo ricavare un farmaco o anche solo un “anti-veleno” per invertire o fermare il processo di distruzione, morte e putrefazione a cui siamo soggetti.

Dove sarà, quindi, e che cosa sarà mai la “pietra occulta” dell’acrostico V.I.T.R.I.O.L., al quale taluni Autori aggiungono altre due lettere (V.M., iniziali di Veram Medicinam) e leggono Vitriolum? Sarà forse un acido corrosivo, come il vetriolo che sfregia o che, sapientemente diluito magari con formule omeopatiche, protegge da vermi e parassiti la “vigna del Signore”?

Una “pietra-non pietra” molto, ma molto, occulta

Qui la mia ricerca, basata sulla mappa di Carlo Gentile, è sfociata quasi da sola, passo dopo passo, nel misterioso dominio dell’Alchimia, il cui nome allude a “kemi”, la “terra nera” d’Egitto, nata dell’erosione naturale di una “pietra sbriciolata in forma finissima”, che grazie alle inondazioni periodiche del Nilo legate all’apparizione in cielo della stella Sirio, diventava matrice fertile per un generoso raccolto di spighe di grano e di ogni genere di frutti della terra.

Abbiamo, quindi, dei riferimenti a una “agricoltura”, apparentemente solo “terrestre” che è anche “celeste”, come sapevano almeno dal III millennio prima di Cristo gli astronomi-astrologi di Egitto, Cina e Mesopotamia, dove sono nate le più importanti civiltà legate ad agricoltura, edificazione di opere monumentali e alle tecniche per lavorare i metalli. Le fonti scritte alchemiche, tuttavia, risalgono soltanto al II secolo a.C. e sono tali da lasciare in dubbio lo storico inglese della chimica e dell’alchimia E. John Holmyard (5) se il primato sia da dare alla Cina o all’Egitto, soprattutto a quello cosmopolita della città di Alessandria.

E’ ancora incerto – scrive Holmyard – se riconoscere il primato della prima menzione dell’alchimia alla Cina o all’antico Egitto, in base alla citazione di quella scienza in un editto cinese del 144 a.C., mentre un trattato alchimistico scritto da Bolo Democrito potrebbe essere datato intorno al 200 a.C.”. Bolo Democrito si ritiene sia vissuto nel IV secolo a.C. a Mende, in Egitto, e non va confuso – precisa l’Autore – con il greco Democrito di Abdera, fondatore con Leucippo dell’atomismo. Bolo aveva scritto un trattato intitolato “Physika”, in quattro parti, sulla preparazione di oro, argento, gemme e porpora, in cui sono già presenti ricette e note tecnico-artigianali, ma anche annotazioni importanti sulle “trasformazioni della materia” che lui riteneva legate “a cambiamenti di colore dei metalli quando erano sottoposti a trattamenti speciali”.

Holmyard non spiega se si trattasse già di procedimenti chimici rudimentali, di ricette alchemiche “miracolose” o di imitazioni di cose preziose da parte dei primi “pataccari” della storia. Quello che ci dice, invece, con l’estrema serietà di un ricercatore di Cambridge, è che fin dai tempi più antichi, “l’alchimia presenta una duplice essenza: una esteriore od essoterica, una intima od esoterica; alla prima si riferiscono i tentativi di preparare una sostanza, la pietra filosofale, o semplicemente la ‘pietra’, dotata del potere di trasformare i metalli vili, piombo, stagno, rame, ferro e mercurio, nei metalli preziosi oro e argento. La ‘pietra’ era anche talvolta conosciuta come ‘elisir’, o ‘tintura’ ai quali si attribuiva non solo il potere di trasformazione dei metalli ma anche quello di prolungare indefinitamente la vita. La supposizione che essa si potesse ottenere soltanto per grazia divina e favore celeste condusse all’affermazione dell’alchimia esoterica o mistica, che gradualmente si evolse in un sistema mistico nel quale la materialistica trasmutazione dei metalli divenne puramente simbolo di una trasmutazione dell’uomo sensuale in un essere perfetto, mediante la preghiera e la sottomissione alla volontà di Dio”.

Devo dire subito che questa tesi non era affatto condivisa da uno dei più recenti alchimisti operativi che molti di noi hanno conosciuto personalmente: parlo di Paolo Lucarelli. Paolo, pur ripetendo sempre che il motto degli alchimisti era “Lege, lege, relege, ora, labora et invenies” (Leggi, leggi, rileggi, prega, lavora e troverai) e pur specificando in ogni tavola, articolo, saggio o conferenza che l’aspirante alchimista resta sempre un aspirante o un “soffiatore” o un “iperchimico” se non riceve il misterioso e altissimo “donum Dei” (dono di Dio), si accalorava ogni volta che sentiva parlare di alchimia “simbolica”, “interiore”, “spirituale” o qualunque altro aggettivo che non fosse legato alla stretta operatività legata al mondo minerale, a qualche “sale”, alla “rugiada celeste”, ma soprattutto legata al fuoco autentico, fosse di lampada o di carbone per forno. Anche se – aggiungeva – occorre conoscere il “fuoco segreto” e saper svolgere tutte le operazioni pratiche dell’Arte Regia.

Naturalmente, nella sua opera di trentennale divulgazione, assai velata e prudente, sull’Alchimia, Paolo seguiva gli insegnamenti del suo Maestro Eugène Canseliet, a sua volta discepolo del misterioso Adepto che si celava sotto il nome iniziatico di Fulcanelli. L’opera di quest’ultimo, “Il Mistero delle Cattedrali” (6), completamente riveduta e corretta nella traduzione italiana e corredata di eccezionali note esplicative, che sono “un libro dentro il libro”, è stata l’ultima fatica editoriale di Paolo e a me è toccato l’onore e l’onere di presentarla in anteprima a Milano il 16 dicembre dell’anno scorso.

Paolo ha magistralmente riassunto tutto l’inestricabile mistero della “pietra” e della “Materia Prima” alchemica nella Nota 26 di pag. 242, che ormai è diventata un testo che molti aspiranti mandano a memoria prima di leggere il volume di Fulcanelli. Ciò viene fatto non certo per un improbabile culto della personalità, di cui Paolo avrebbe riso a crepapelle, ma per avere una “bussola” utile a orientarsi in “labirinti” oscuri e anche un po’ infidi. Ne trascrivo solo poche righe, anche se tratte da citazioni di testi classici: “E’ pietra e non pietra, vile e preziosa, oscurata e nascosta e nota a chiunque, con un solo nome e con molti nomi, ed è lo sputo della Luna”. … “Questa materia non si trova in natura, ma è una produzione artificiosa.” … “Questo soggetto non solo è uno solo, ma è anche considerato vile da tutti, e a prima vista non contiene in sé nessuna bellezza: non è vendibile, perché non serve a nulla se non all’opera filosofica…”… “In conclusione, il nome di questa materia è così difficile da trovare, così misterioso, per il semplice fatto che non esiste… e se qualcuno chimico o protochimico l’ha ottenuta più o meno casualmente nel tempo, si sarà ben presto accorto della sua inutilità…”.

E qui l’opera di depistaggio e di velare di nuovo ciò che per caso poteva essere stato fatto balenare si conclude. Ma un’ultima cosa voglio testimoniare per rispondere a un interrogativo che Carlo Gentile si era posto fin dall’inizio del suo spunto che mi ha fatto da guida. Paolo Lucarelli, come già avevano fatto Canseliet e Fulcanelli, non ha mai confuso l’Alchimia con la protochimica, perché – diceva – il “Fuoco dell’alchimista vivifica i metalli e li porta alla perfezione”, il fuoco della chimica, anche rudimentale, invece “li uccide

Note:

1.- “Hamlet’s Mill – An essay on myth and the frame of time” di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, edito nel 1983 (e ampliato nel 2003) da Adelphi Edizioni, Milano.

2.- In “Spazio Sacro e Geografia Sacra”, “Studi della Camera di Mezzo”, 2006, della R.·.L.·. “La Perfetta Armonia”, n. 1.226 all’Or.·. di Milano.

3.- J. Lovelock, “Gaia. Nuove idee sulla ecologia”, Bollati Boringhieri, Torino 1979.

4.- “Il Codice Leicester”, carta 3B, foglio 34r.

5.- E.J. Holmyard, “Storia dell’Alchimia” – Biblioteca Sansoni, Firenze 1972.

6. – La nuova edizione italiana del “Mistero delle Cattedrali” è stata pubblicata nel novembre 2005 dalle Edizioni Mediterranee di Roma, come pure la prima edizione del 1972.

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