C’è crisi e crisi.

Il termine crisi è divenuto di uso comune. Quotidiani, tg, internet: se ne parla ovunque. Fa quasi spavento, sentendolo nominare così spesso. Non ci si era abituati, fino a qualche anno fa. Se ne parlava, indubbiamente. Ma la situazione non aveva assunto contorni così tragici come quelli attuali. E, pertanto, quelle disquisizioni avevano pressappoco la stessa sostanza dei discorsi che, il lunedì mattina, infervorano i tavolini d’ogni bar d’Italia.
Purtroppo, sulla nostra penisola, ci si accorge della consistenza di un determinato argomento soltanto quando i suoi effetti vengono a bussare alla nostre porte. Se bussassero a quelle degli altri, se ne continuerebbe a parlare con un velo di superficialità: sarebbero argomenti d’altrui interesse.
Non è questa la sede per parlare di crisi economiche. Difettando d’esperienza, si scaturirebbe nella grossolanità; e, pertanto, si rischierebbe di sbagliare. E’ però la sede adatta per l’analisi di un fattore che, a mio avviso, può essere inquadrato come causa dello sfacelo finanziario a cui stiamo assistendo. Il fattore si chiama: inerzia. Può essere studiato sotto varie ottiche. Quella che a noi interessa è l’ottica laburistico-umanitaria. Nell’annus domini duemiladodici, è facile ascoltare discorsi di simile fattura: “Non c’è lavoro. E quel poco che c’è, è male retribuito. Non voglio rendermi schiavo e quindi, preferisco essere disoccupato”. Questo, grossomodo, è il ritornello che si ode, allorché qualcuno tenti di giustificare la propria disoccupazione. Molti ragazzi, anziché lavorare e percepire paghe non proprio “sindacali”, scelgono di non scegliere. In pratica, si danno al più difficile dei mestieri su questa terra: la disoccupazione. Mestiere perché va esercitato con arte: non si può essere degni disoccupati senza lamentarsi, continuamente: a) dello Stato; b) del Governo; c) della società; d) delle scandalose offerte di lavoro.
E’ un ’68 al rovescio, la nostra epoca. Al rovescio perché, alle lamentele, non fanno seguito contestazioni d’alcun tipo.
Ovvio: il divano di casa è comunque troppo comodo, per essere abbandonato. “Che ci pensino gli altri! Tanto, non cambia niente! E’ tutta colpa della casta!”. Già, la casta. Perché, in quel nosocomio che sta diventando l’Italia, la democrazia è stata – a detta di tutti – sostituita da una oligarchia, nella quale si viene scelti per cooptazione. Puta caso, lo stesso sistema viene esteso anche alle assunzioni, per le quali assume una nomenclatura inopinabilmente aulica: facciamo riferimento al famoso “calcio in culo”. Sono restio a credere che l’assunzione in fabbrica, o in una qualsivoglia impresa in cui si svolgano, prevalentemente, forme di lavoro manuale, vi sia la necessità di ricorrere a simili mezzi, per essere assunti. Credo, piuttosto, che quei termini e mezzi termini nascondino, più che altro, una scusante.
Ad ogni modo, evviva la sincerità! E diciamolo chiaro e tondo come uno dei motivi che, se non ha portato, aiuta almeno a non uscire dalla crisi, è proprio questa assente cultura del lavoro. Divi del cinema, cantanti, calciatori, modelli e paparazzi: sono queste le figure professionali cui aspirare. Non a caso, palestre e piscine d’Italia, nonostante i costi non accessibili a tutti, continuano ad essere luoghi affollatissimi. Va bene tirare la cinghia per nove mesi all’anno se poi, d’estate, è possibile sfoggiare la famosa tartaruga sulla spiaggia.
C’è crisi economica, è vero. Ma c’è anche crisi morale. E da quella non si esce mica tramite provvedimenti legislativi.

Antonio Ascolese

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A.A.

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