STORIE DI SARNO E DINTORNI #1

LA “FOCE”

Diversi anni fa si discuteva, in Corte di Assise a Salerno, un processo in cui l’imputato principale era di Sarno, difeso dall’avvocato Matteo Laudisio.
Siccome l’imputazione era pesantuccia e le cose non stavano tanto bene per il suo raccomandato che aveva, fra l’altro, anche una certa disponibilità finanziaria, don Matteo Laudisio pensò bene di rinforzare il Collegio difensivo chiamandovi a farne parte un penalista che allora era uno dei più grandi del foro: Enrico Ferri.
A proposito di Enrico Ferri mi sia consentita una duplice digressione, sia per ricordare una battuta veramente simpatica, sia per una precisazione-chiarimento.
Titta Madia, altro grosso avvocato e parlatore superiore, era un giorno a fargli visita nella villetta di Rocca di Papa.
Il discorso cadde inevitabilmente su oratoria ed oratori ed, a un certo punto, si parlò dell’accusa di temporalità e di caducità che si rivolge da qualche parte all’eloquenza (oratoria ed eloquenza sono la stessa cosa per tutti tranne per gli “scolastici” di medievale memoria), sintetizzata spesso nel detto latino “verba volant”.
“Verba non volant”- esclamò Ferri- “questa, vedi (ed indicava la villetta nella quale si trovavano), me la son costruita con i danari guadagnati nel mio giro di conferenze in America: verba manent!”
E passo alla precisazione-chiarimento.
Gigino Langella ebbe un giorno a dirmi, riportando un giudizio di Montanelli, che Enrico Ferri era un “vecchio trombone”. Sinceramente stento a credere che Indro Montanelli abbia mai usato un’espressione di questo genere nei riguardi di Enrico Ferri, ma devo prenderla per cosa vera, stante la serietà dell’amico Langella.
Ma che non si trattasse di espressione adoperata nella rubrica “Controcorrente” che Montanelli tiene nella prima pagina del suo “Giornale” e che ruota e si snoda sulla falsariga di un certo humor e di una satira tanto brillante, caustica ed arguta?
Chissà se Montanelli non si riferisse all’accusa che parecchi avversari muovevano al “padre nobile” del positivismo italiano e cioè di viaggiare in prima classe nelle F.F.S.S. e di scendere all’ultima fermata prima del capoluogo lombardo e salire in terza per dimostrare ai compagni milanesi (Ferri fu per diverse legislature deputato socialista) che lo attendevano alla stazione che egli viaggiava come un comune proletario?
Ma torniamo a Sarno. Enrico Ferri vi arrivò il giorno precedente a quello fissato per il processo. Don Matteo Laudisio lo portò in giro per la cittadina facendogli da cicerone.
La cosa che più colpì Ferri nel suo breve excursus sarnese e che evidentemente gli rimase impressa nella memoria, fu il fatto che fosse chiamata “Foce” la località dove si trovava una delle sorgenti del fiume Sarno.
Di sera poi, nel suo studio don Matteo gli fece ascoltare un testimone del processo che riferiva fatti ed avvenimenti molto favorevoli alla tesi difensiva e che potevano dare alla causa una svolta decisiva.
Una specie di testimone-chiave.
La mattina seguente, a Salerno, nel corso del dibattimento detto testimone, interrogato dal Presidente della Corte, ebbe a prospettare, invece, circostanze diametralmente opposte a quelle dette la sera precedente, mandando a carte quarantotto i piani difensivi di Laudisio ed Enrico Ferri.
Cose che capitano….ai vivi.
Enrico Ferri non si scompose e cercò di dare un diverso indirizzo alle sue tesi difensive ed a proposito del testimone “bifronte”, come Giano, si sforzò di neutralizzarlo nel migliore dei modi.
Ad un certo punto ebbe a dire più o meno testualmente così: “ Egli è di Sarno ed i sarnesi vedono spesso le cose letteralmente capovolte, come in un negativo fotografico. Figuratevi che…chiamano Foce la sorgente del loro fiume!”

Tratto dal libro di Antonio de Vito “Cose nostre”

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