Vita Retta –

{come di consueto, periodicamente dedichiamo un po’ del nostro spazio a qualche amico,  felice di unirsi a noi in questo viaggio virtuoso e virtuale}

Vita Retta

Coloro che esitano davanti allo sforzo sono coloro la cui anima è ottusa.
Un grande ideale dà sempre la forza di dominare il proprio corpo, di soffrire la fatica, la fame, il freddo.
Che importano le notti bianche, il lavoro opprimente, gli affanni o la povertà!
L’essenziale è avere in fondo al prprio cuore una grande forza che rianima e spinge avanti. che rinsalda i nervi, che fa pulsare a forti battiti il sangue stanco, che infonde negli occhi il fuoco ardente e conquistatore.
Allora più nulla dà sofferenza, il dolore stesso diviene gioia perchè esso è un mezzo di più per elevare il suo dono, per purificare il suo sacrificio.

La facilità addormenta l’ideale. Niente lo risveglia meglio che la sferza della vita dura: essa ci permette di cogliere la profondità dei doveri da compiere, della missione di cui occorre essere degni.
Il resto non conta.
La salute non ha alcuna importanza.
Non si è sulla terra per mangiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni od oltre.
Tutto questo è vano e sciocco.
Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne le debolezze ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a sè felicità ed affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’un l’altro.
Compiuti questi sforzi, che senso ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere la febbre nelle ore in cui la bestia umana urla allo stremo degli sforzi?
Che si rialzi ancora, malgrado tutto!
Essa è là per donare la sua forza sino al logoramento.

L’anima sola conta e deve dominare tutto il resto.
Breve o lunga, la vita vale soltanto se noi non avremo da vergognarcene nel momento in cui occorrerà renderla.

Quando la dolcezza dei giorni ci invita, e la gioia di amare, la bellezza di un volto, di un corpo perfetto, di un cielo leggero, e il richiamo di corse lontane, quando siamo sul punto di cedere a labbra, a colori, alla luce, al torpore delle ore di distensione, serriamo dentro i nostri cuori tutti questi sogni fantastici al limite delle evasioni dorate…
L’evasione vera consiste nell’abbandonare queste care prede sensibili, nel momento stesso in cui il loro profumo invita i corpi a smarrirsi.
Nel momento in cui occorre reprimere gli elementi più delicati di sè stessi e portare il proprio amore al di là del cuore, proprio quando tutto è penoso sino all’inumano, allora un sacrificio comincia veramente ad essere compiuto, a essere puro.
Noi abbiamo superato noi stessi, noi doniamo finalmente qualcosa.
Prima era ancora di noi che andavamo alla cerca -e di quella punta di orgoglio e di gloria che rende impuri tanti sentimenti sgorgati dalle nostre anime, e sfruttati anzichè donati.
Ci si dona per davvero, disinteressatamente -perchè tutto è messo da una parte e più nulla è rimasto dall’altra-, solo quando si è ucciso anzitutto l’amore di sè. Questo non avviene automaticamente perchè la bestia umana è ostinata. E noi comprendiamo così male gli insegnamenti dell’amarezza…
E’ dolce sognare un ideale ed edificarlo nel pensiero.
Ma, a dire il vero questo è ancora assai poco.
Che cos’è un ideale che rimane solo un gioco, anche se noi vi mettiamo un sogno davvero puro?
Dopo di questo, occorre edificarlo nell’esistenza.
E ciascuna pietra è cavata dai nostri piaceri, dalle nostre gioie, dai nostri sonni, dal nostro cuore.
Quando, nonostante tutto l’edificio, sul finire degli anni, si eleva, quando non ci si ferma per strada, quando, dopo ogni pietra più pesante da drizzare, si va avanti, soltanto allora l’ideale si mette a vivere.
Esso vive man mano che noi moriamo a noi stessi.
Quanto è drammatica, in effetti, una vita retta…

(Da “Militia”, Lèon Degrelle)

Francesco Cirano

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