Soddisfarsi e rattristirsi.

Mentre pensavo a cosa scrivere, ha iniziato a piovere. Più che altro, ha fatto finta, di piovere.  Quattro schizzi, nulla di più. Molti, sono sicuro, speravano che si trattasse di uno di quei soliti temporali estivi. Senza preavviso, arrivano, rinfrescano la giornata per un paio d’ore e se ne vanno. C’è una cosa, in particolare, che mi lascia riflettere sul ciclo delle stagioni. L’arrivo di ogni stagione, infatti, si accompagna, sempre e comunque, ad una incessante volontà di rivivere quella appena passata. In inverno, è forte la bramosia del caldo estivo. In estate, pagheremmo chissà quanto, per sentire un fresco venticello che rivitalizzi la giornata.
All’epoca degli antichi romani, circolava un proverbio molto particolare. Il proverbio diceva: “Quod me nutruit, me destruit”. Ciò che mi nutre, mi distrugge. Molte persone avranno sentito, anche per puro caso, questo detto. Non è mancato neppure chi, come Angelina Jolie, nell’estasi del più puro narcisismo, ha preferito tatuarselo. Personalmente, me ne sono innamorato. Molte volte, è stata la chiave di lettura di situazioni “in bilico”, della mia vita.

Ciò che mi nutre, mi distrugge. “What it means?“, direbbero i nostri amici anglosassoni.
Come spesso capita, il significato di certe espressioni va molto al di là, di quello che si potrebbe intendere dinanzi ad una lettura approssimativa, dinanzi a quello che Gadamer definiva pre-comprensione. In questo caso, a parte il significato letterale, del tipo “se mangio troppi dolciumi, è normale avvertire un forte mal di stomaco”, c’è un lato oscuro che cela venature di profondità.
Cos’è che, se ci nutre, ci distrugge? Cos’è quella cosa che, in assenza di essa, ci permette di vivere e, in presenza di essa, ci rende tristemente felici dell’averla ottenuta? Il desiderio. E’ nel momento in cui desideriamo qualcosa e lottiamo con tutte le nostre forze per averla, che riusciamo a sentirci vivi. Il pensiero di ciò che otterremo, fortemente idealizzato dai lati più oscuri della nostra mente, ci da la forza di non demordere. Di andare avanti, nonostante le difficoltà. Di rallentare, se necessario, pur di non arrestare la marcia. Cosa accade quando realizziamo il desiderato? In tal caso, ci sono due categorie di persone. Coloro che, accontentandosi, godono. E coloro che – instancabili sognatori – vengono colti da una sensazione di perdita. Per quest’ultima categoria di persone, il viaggio è sempre più interessante della meta. E’ la categoria degli eternamente poveri (sostantivo, quest’ultimo, da non intendere nel senso pecuniario del termine, nonostante i tempi richiamino, sovente, una simile associazione di idee). Hanno sempre bisogno di qualcosa. Approdare in un porto, rifugiandosi dalla tempesta, non li sazia: hanno bisogno di tracciare nuove rotte, di immaginare nuovi lidi, verso cui salpare. Di estraniarsi, se possibile, dalla materialità, dalla concretezza e, perché no, dalla grettezza del presente, rifugiandosi, come Icaro, con la testa tra le nuvole. Etimologicamente parlando, il termine greco “eros” significa “desiderio”. L’amante desidera sempre quel che non ha.

Insomma, siamo autodistruttivi. Ma non in forme masochistiche o autolesionistiche. Semplicemente, tendiamo a rimanere in uno stato di perenne insoddisfazione, pur di sentirci vivi.

Se qualcuno ha mai visto quel capolavoro di Nuovo cinema paradiso di Tornatore, ricorderà la storia del soldato e della principessa, raccontata  da quel vecchio saggio di Alfredo, ad un Salvatore nel pieno della sua adolescenza.  Quel soldato innamorato, al novantanovesimo giorno d’attesa, vedendo vicina la meta prefissata, prende la sua sedia e va via. Si allontana dal balcone della sua bella. Il giorno successivo, il centesimo, ne avrebbe vinto il cuore.
Storielle, queste, che dipingono ottimamente, la morale di quella favola chiamata vita quotidiana.

Dicevamo: “Quod me nutruit, me destruit”. E allora, come diceva una mia amica, meglio realizzare tutti i nostri desideri, meno uno. E’ sempre bello avere qualcosa da fare ancora!
Antonio Ascolese

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       A.A.

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