Breve storia e vicende fondamentali delle organizzazioni camorristiche campane – PARTE 1 (VARIE FONTI)

“La Relazione sulla camorra
approvata dalla Commissione Parlamentare Atimafia il 21-12-1993
Parte prima. La struttura delle organizzazioni camorristiche”(tratto dal punto 3.1)
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3.1) Non è compito di una relazione parlamentare addentrarsi nelle minute articolazioni della storia delle organizzazioni camorristiche; interessa piuttosto analizzare le dinamiche che hanno caratterizzato questa vicenda, a partire dal dopoguerra.
Le questioni salienti sono cinque:
-a) l’insediamento in Campania di robusti gruppi di Cosa Nostra, originariamente per gestire il contrabbando di sigarette, negli anni 60;
-b) l’emergere, nella seconda metà degli anni 70, della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, come reazione al prepotere di Cosa Nostra nel contrabbando di tabacchi;
-c) la costituzione, tra il 1979 ed il 1981, di una confederazione di gruppi, denominata Nuova Famiglia, egemonizzata da Nuvoletta Bardellino e Alfieri, vicina a Cosa Nostra (Nuvoletta e Bardellino sono “uomini d’onore”), per distruggere l’organizzazione di Cutolo, che appare in grado di conquistare il monopolio del potere criminale in Campania;
-d) le vicende delle trattative per la liberazione di Ciro Cirillo, dell’assassinio della mente finanziaria di Cutolo, Alfonso Rosanova e del suo braccio militare, Vincenzo Casillo, con la conseguente distruzione della NCO (37);
-e) lo sfaldamento della N.F dopo la distruzione della NCO, lo scontro tra Bardellino, legato alla vecchia mafia dei Badalamenti e dei Buscetta, e Nuvoletta, legato ai corleonesi, le indagini giudiziarie, di straordinario rilievo, che portano all’arresto di centinaia di aderenti ai diversi gruppi che di questa confederazione facevano parte;
-d) i rapporti tra spesa per il terremoto ed organizzazioni camorristiche;
-e) l’attuale configurarsi di un sistema di comando camorristico che coinvolge allo stesso titolo organizzazioni criminali, uomini politici e imprese, che è saldamente governato dalla camorra e che ha come obbiettivo fondamentale la spesa pubblica.
3.2)«Un luogo comune assai diffuso esalta la reattività napoletana alla certamente dura esperienza della seconda guerra mondiale e la vitalità della Napoli postbellica, vedendo negli anni 50 il franamento di potenzialità e di speranze legittime e di alto livello… Ma il dato di fondo era costituito dal fatto che la guerra lasciava la città assai più povera, oggettivamente, di risorse e di possibilità di quanto essa non fosse all’indomani della prima guerra mondiale ed anche alla vigilia della seconda..Lungi dal chiudere soltanto la “parentesi” del fascismo, la guerra aveva concluso il processo secolare di allentamento e di riduzione degli storici rapporti tra la città e il mezzogiorno; aveva comprovato ancora una volta la carenza a Napoli di una struttura economica moderna, autonoma e autopropulsiva … Non aveva portato alla ribalta nuclei o elementi di classe dirigente sostanzialmente eterogenei o diversi da quelli tradizionali o, comunque, tali da far intravedere vie nuove nella conduzione sociale e amministrativa della città, al di là di quanto l’ntensità e la vivacità del momento lasciassero sperare»
Così Giuseppe Galasso spiega, con amara lucidità, la situazione di Napoli all’indomani della seconda guerra mondiale (38). Distrutta da centinaia di bombardamenti, con molte migliaia di cittadini alla fame e alla disperazione, la plebe napoletana riscopre l’antica vocazione commerciale e inventa mille modi per non morire, tutti ruotanti attorno al contrabbando. La tolleranza dell’illecito, da parte delle autorità, è l’unico modo per consentire alla città di sopravvivere in quei frangenti.
Questa non è una specificità napoletana. Molte altre città devono “arrangiarsi”, dopo il disastro della guerra voluta dal fascismo. Ma in tutte le altre città, cessata la fase critica, si ritorna, seppure faticosamente, alla normalità perché i gruppi dirigenti locali si preoccupano dell’uscita dalla crisi e dello sviluppo. A Napoli no. L’arrangiarsi di Napoli in una prima fase si accompagna alla permanenza delle truppe alleate, i cui magazzini costituiscono un costante rifornimento di alimenti, medicine, sigarette, vestiario, tutto di contrabbando: nel 1947 scompare addirittura un intero vagone ferroviario pieno di sigarette inglesi e americane.
Quando i soldati alleati tornano a casa, nascono piccole fabbriche che producono illegalmente sigarette, visto che il monopolio non è in grado di rispondere alla domanda. Ma la richiesta è superiore alle capacità di produzione; non resta che il rifornimento dall’estero. Il contrabbando si configura a questo punto come offerta di un servizio di massa che pochi considerano illegale e, insieme, come possibilità di salario per migliaia di persone che altrimenti, nel 1948, non saprebbero come sbarcare il lunario(39). Napoli è in quegli anni un luogo ideale per il contrabbando: mancano forti organizzazioni criminali locali che possano imporre il proprio primato, perché la camorra non si è ancora ricostituita; la città ha un grande porto ed è posta al centro del Mediterraneo; le autorità tollerano perché non sono in grado di dare risposte alternative alle necessità della popolazione più povera.
I gruppi criminali che già operano nel contrabbando, siciliani, corsi, genovesi, marsigliesi, si installano a Napoli e si alternano al controllo del traffico. I napoletani, più modestamente, si occupano dello scarico a terra e della vendita al minuto.
3.3) Nell’immediato dopoguerra oltre al contrabbando, la delinquenza, ma non è ancora camorra, si occupa dei prodotti alimentari che vengono dalla campagna alla città per forniture ai privati e per forniture pubbliche. Fioriscono figure di mediatori che detengono in realtà il monopolio dei mercati. Si affermano figure criminali che non sono ancora boss camorristici, ma ne costituiscono i perfetti antecedenti. I prodotti vengono dalle aree che qualche decennio dopo diventeranno veri recinti camorristici: il nolano, l’agro nocerino sarnese, il giuglianese casertano, la zona costiera vesuviana, con al centro Castellammare e Torre Annunziata. L’intervento dei gruppi criminali è violento; nel nolano tra il1954 e il 1956 vengono commessi 61 omicidi, è la terza zona nella classifica nazionale degli omicidi.(40)
3.4) Il passaggio da queste forme criminali alla camorra moderna sarà avviato dall’intervento di Cosa Nostra. Lucky Luciano, espulso dagli USA come indesiderato all’indomani della seconda guerra mondiale, sceglie di vivere a Napoli, dove si occupa, senza problemi (4l), di contrabbando di tabacchi e di traffico di stupefacenti, importati dalle case farmaceutiche del nord. Morirà per infarto a Napoli nel gennaio del 1962. La sua attività influisce certamente sulle relazioni tra Cosa Nostra ed i gruppi campani, perché propone a questi ultimi nuovi modelli organizzativi e le alleanze cui fare riferimento.
Ma i fattori decisivi saranno altri. Nel 1959 è chiuso il porto fraNCO di Tangeri, che subito dopo la seconda guerra mondiale aveva costituito il perno di tutti i traffici illegali nel Mediterraneo. Nel mondo del contrabbando ci sono contraccolpi e sbandamenti. Le società produttrici, anche per iniziativa di Tommaso Buscetta (42), spostano i loro depositi lungo le coste jugoslave e albanesi.
Cambiano, inoltre, le procedure di trasporto e pagamento. Il carico viene portato solo sino ai confini delle acque territoriali; di lì deve essere prelevato con motoscafi veloci. In anticipo, inoltre, deve essere versato metà dell’importo e l’intero nolo della nave.
Occorrono quindi capitali rilevanti che non sono nella disponibilità delle organizzazioni delinquenziali napoletane; sono posseduti invece da Cosa Nostra, che a Palermo fa affari d’oro con l’edilizia, è già presente per suo conto nel contrabbando di tabacchi (43) ed ha avviato anche il traffico di stupefacenti.
Il secondo fattore è costituito dalle difficoltà create a Cosa Nostra, in Sicilia dalla reazione delle forze dell’ordine alla strage di Ciaculli (30 giugno 1963), che consiglia di spostare momentaneamente il baricentro degli affari in aree più sicure.
Il terzo fattore è costituito dai soggiorni obbligati. Stefano Bontade era stato mandato a Qualiano (Napoli), Gaetano Riina a Caivano (Napoli), Salvatore Bagarella a Frattamaggiore (Napoli), Vincenzo Spadaro a Sant’Anastasia (Napoli), Filippo Gioè Imperiale a Gragnano (Napoli), Mario Alonzo a Qualiano (Napoli), Giovanni Mira a Qualiano (Napoli), Vincenzo Di Maria a Lettere (Napoli), Giacomo Di Salvo a Marano (Napoli).
Per monopolizzare il traffico, infine, gli uomini di Cosa Nostra devono combattere contro i marsigliesi, anch’essi ben organizzati, e contro i cosiddetti “indipendenti”, sorta di artigiani locali del contrabbando che non intendono sottostare alle imposizioni dei siciliani. E’ quindi inevitabile che essi si alleino con i gruppi campani più attrezzati, quelli allora facenti capo a Nuvoletta a Zaza e a Bardellino, che sono i primi “grandi affiliati” campani a Cosa Nostra.
3.5) I rapporti tra Cosa Nostra e i gruppi campani diventano con il tempo, e con gli “affari”, sempre più stretti. Le aree della Campania dove operano i gruppi piu’ legati a Cosa Nostra diventano vere succursali della mafia siciliana. Nel 1972 Rosario Riccobono è individuato a Marano, in casa dei Nuvoletta. Gaspare Mutolo, già appartenente alla famiglia di Partanna Mondello e collaboratore di giustizia, riferisce che i suoi primi rapporti con la malavita napoletana risalgono al 1973, quando, uscito dal carcere di Poggioreale, fu prelevato da Saro Riccobono e Angelo Nuvoletta che, a bordo di una Mercedes, lo portano in una proprietà terriera dei Nuvoletta. In una casa di campagna incontrò Salvatore Riina che pranzò con lui e con i suoi accompagnatori.
Nel 1974 vennero accertati intensi rapporti telefonici tra Luciano Leggio e i Nuvoletta, il quale, tra l’altro, gestisce per conto del primo una grande tenuta agricola in Campania. Nello stesso anno a Palermo venne arrestato, per detenzione di armi, Michele Zaza esponente napoletano del contrabbando di tabacchi, mentre era con Alfredo Bono, Biagio Martello ed altri mafiosi.
Tutti i collaboratori di giustizia riferiscono di frequenti rapporti d’affari criminali tra Cosa Nostra e i gruppi che fanno capo a Nuvoletta. Ma non si tratta solo di negoziazioni criminali.
Il clan Nuvoletta è affiliato a Cosa Nostra. In molti casi i più illustri latitanti di Cosa Nostra si rifugiano in Campania. E’ Cosa Nostra che prima cerca di mediare tra Cutolo ed i suoi nemici e poi decide che è arrivato il momento di aprire le ostilità, favorendo la costituzione della Nuova Famiglia.
I rapporti sono talmente intensi che la “guerra” del 1984 tra Nuvoletta e Bardellino, entrambi affiliati a Cosa Nostra, è la rifrazione in Campania della guerra di mafia tra i corleonesi e quelli che saranno chiamati gli “scappati”, Buscetta in testa.
Mentre Buscetta, infatti, è legato a Bardellino, i corleonesi sono legati a Nuvoletta. Ancora oggi uomini di Cosa Nostra sono chiamati per dirimere i conflitti tra bande camorristiche. Pasquale Galasso riferisce del ruolo svolto da Pippo Calò nel luglio 1992 all’interno del carcere di Spoleto per pacificare le varie componenti della camorra che erano detenute insieme.
Gionta, uomo di Nuvoletta e quindi affiliato a Cosa Nostra, andò a chiedere consiglio a Calò durante l’ora d’aria:
«(…) parlò un quarto d’ora mezz’ora poi tornarono e Gionta confermò che pure l ‘idea di Pippo Calò era quella di stare calmi, di fare una pace generale, di superare ogni contrarietà con i nemici, di aspettare l’emanazione della vostra legge dell ‘8 agosto e poi dopo, eventualmente di ammazzare guardie carcerarie, attentare alla vita di qualche rappresentante dello Stato, da magistrati a poliziotti e roba varia (…)».
Il collaboratore Migliorino ha riferito alla Commissione che per sedare i conflitti a Torre Annunziata tra il clan Gionta e il clan Gallo-Limelli, aveva incontrato Mariano Agate e Luchino Bagarella, a Roma, nella prima metà del 1991 (44), sulla Nomentana, in un capannone dove si vendevano auto (ditta Carpenauto).
3.6) Questa egemonia di Cosa Nostra sulla camorra non nasce pacificamente. I primi determinanti scontri vedono cadere, nei primi anni ’70, i concorrenti nel contrabbando di sigarette. Sono insieme ai marsigliesi, gli “indipendenti”, che non volevano essere fagocitati dall’organizzazione “siciliana”. Questi scontri costituiranno la motivazione “nobile” di Raffaele Cutolo. Il futuro capo della NCO infatti, comincia ad affermarsi agli occhi del sottoproletariato criminale, reclamando un primato campano sul contrabbando e si erge vendicatore dei campani uccisi da Cosa Nostra.
3.7) Nella seconda metà degli anni 70 Cutolo è solo il capo di uno dei tanti gruppi che operano in Campania. Ma il suo è destinato a diventare il più importante perché si fonda su due principi fondamentali: il senso di identità e l’organizzazione.
Ad un ceto delinquenziale sbandato e fatto spesso di giovani disperati, Cutolo offre rituali di adesione, carriere criminali, salario, protezione in carcere e fuori (45). Si ispira ai rituali della camorra ottocentesca, rivendicando una continuità ed una legittimità che altri non hanno. Istituisce un tribunale interno, invia vaglia di sostentamento ai detenuti più poveri e mantiene le loro famiglie. La corrispondenza in carcere tra i suoi accoliti è fittissima e densa di espressioni di gratitudine per il capo, che si presenta alcune volte come santone e altre come moderno boss criminale.
Vive di estorsioni, realizzate anche attraverso la tecnica del porta a porta. Impone una tassa su ogni cassa di sigarette che sbarca. Vuole imporsi ai siciliani, che non si sottomettono. Impera con la violenza più spietata. Gli anni del suo dominio, dal 1979 al 1983, annoverano il più alto numero di omicidi: 85 nel 1979, 148 nel 1980, 235 nel 1981, 265 nel 1982, 167 nel 1983; complessivamente 900 omicidi nella sola Campania (46).
Secondo alcuni calcoli, l’ organizzazione di Cutolo conta nel 1980 circa 7.000 affiliati (47). Ad un giornalista che si reca per un mese ad Ottaviano, il paese di Cutolo, uno degli intervistati risponde:” Questa è la camorra. Prendersi quello che non hai mai avuto, il lavoro, il pane, la casa”. E una ragazza: “Ci prendiamo quello che non ci danno; ce lo prendiamo con la forza” (48). Sono i segni della presa sociale della NCO. Cutolo scrive poesie e manda il libro ai suoi affiliati, che ne fanno il testo ideologico dell’organizzazione e rinsaldano così il proprio senso di appartenenza.
Nel 1981 viene rapita, seviziata e strangolata a Napoli una bambina, Raffaella Esposito. Pasquale D’Amico, uno dei vertici della NCO divulga alla stampa un proclama contro chi usa violenza ai bambini. Il presunto autore dell’omicidio viene arrestato e poi scarcerato. Dopo pochi mesi è ucciso. L’assassinio è rivendicato dalla NCO, che offre alla famiglia della bambina sei milioni di lire. Questi gesti sono parte integrante della strategia cutoliana che punta all’arricchimento e all’impunità attraverso l’annientamento degli avversari e la solidarietà degli strati più poveri della popolazione.
3.8) Un’azione così invadente non poteva non suscitare la reazione delle altre bande camorristiche. Pasquale Galasso descrive con chiarezza lo stato d’animo dei noncutoliani durante l’ascesa di Cutolo:
“Quando si sapeva che Nuvoletta o Zaza erano mafiosi, erano collegati a Cosa Nostra, nessuno si permetteva di dargli fastidio o di aggredirli, finché non venne fuori Cutolo…Nel 1978-79 evade Cutolo (il 5 febbraio 1978, n.d.r.) e comincia a creare un marasma a Napoli; incomincia ad imporre finanche a queste famiglie legate ai mafiosi le tangenti sui loro traffici illeciti…”(49).
Alfonso Ferrara Rosanova jr., figlio di un boss camorristico di primaria importanza, padrino di Cutolo, e quindi operante su un versante opposto a quello di Galasso, conferma al p.m. di Napoli l’attivismo di Cutolo dopo l’evasione:
“Quando Cutolo poi evase, nonostante la contrarietà di mio padre, … fu introdotto in vari ambienti facendogli conoscere varie persone… Da allora Cutolo espandette il suo potere criminale nell’area stabiese, nell’agro nocerino e nel salernitano…” (50).
Cutolo impone addirittura a Zaza, legato a Cosa Nostra, il pagamento di una tangente di 500 milioni per poter continuare nei suoi traffici.
3.9) La situazione non può durare a lungo. La NCO diventa troppo potente e gli omicidi si moltiplicano, creando un clima di sflducia e di tensione. Per difendersi meglio, e per meglio attaccare, i capi delle organizzazioni anticutoliane si federano, nel triennio 1979-1981, dandosi un nome, Nuova Famiglia, che rivela le connessioni con Cosa Nostra. Vengono stabiliti riti di iniziazione, codici di comportamento, regole di solidarietà. E’ copiata, in pratica, l’organizzazione di Cutolo, ma restano le differenze e le diffidenze tra i vari gruppi, in particolare tra Nuvoletta e Bardellino.
Perché la federazione possa avere un minimo di solidità, le bande che ne fanno parte si dividono meticolosamente il territorio e gli affari che vi si svolgono. La costituzione della NF incrementa la guerra con i cutoliani; la violenza dilaga, creando tensioni, esponendo tutti i gruppi alle indagini della polizia, limitando la possibilità di compiere “affari”.
Per cercare un’intesa, i principali gruppi campani nel 1981 tengono alcune riunioni a Vallesana, in una tenuta dei Bardellino. Cutolo non può essere presente perché dopo l’evasione è stato arrestato. Ma lo rappresentano il fratello Pasquale, Vincenzo Casillo, suo braccio destro, ed altri dirigenti dell’organizzazione. La controparte è costituita da Bardellino, Alfieri, Galasso. Nuvoletta è l’ospite e cerca di svolgere una funzione di arbitro.
Mentre si tengono alcune delle riunioni, Riina, Provenzano e Bagarella, sono ospitati in un edificio separato. Nel corso delle discussioni le fasi di tensione erano inevitabili e per sedarle si ricorreva ai corleonesi:
“Durante queste…tensioni ci siamo accorti io e qualche altro mio amico che Lorenzo Nuvoletta, Michele Zaza e qualche altro partecipante a queste riunioni chiedevano il permesso di allontanarsi un momento e ritornavano dopo mezz’ora, un’ora portando nuove notizie. A volte Lorenzo Nuvoletta diceva come bisognava fare…; silenziosamente vedevamo che anche i componenti cutoliani assimilavano quello che diceva Nuvoletta…” (5l).
Così riferisce Pasquale Galasso alla Commissione. A volte erano in più di cento persone, aggiunge, e ciascuno si recava a Marano con la propria macchina. Nuvoletta aveva garantito che, per effetto delle protezioni di cui godeva, nessuno li avrebbe disturbati. Accade che un centinaio di macchine, parcheggiate nella tenuta di un famiglia camorristica, a tutti nota, non attirano l’attenzione di nessuno degli organi preposti alla sicurezza dei cittadini.
3.10) Ma le riunioni non danno nessun esito, anche perché, secondo Galasso, Nuvoletta fa il doppio gioco. Vuole porsi come arbitro della controversia per acquisire autorevolezza, vuole stare dalla parte degli avversari di Cutolo, che tiene un comportamento eccessivamente espansionista, ma non vuole manifestare palesemente avversita’ a Cutolo, che e’ ancora potente. Percio’ non si agita troppo. Il comportamento e’ quello tipico dei corleonesi quando c’e’ uno scontro: fingere di parteggiare per uno dei contendenti, guardare come vanno le cose e poi schierarsi dalla parte di chi vince agevolandone il successo.
Gli omicidi eccellenti si succedono gli uni agli altri. I fratelli di Alfieri e Galasso sono uccisi dalle bande di Cutolo. Uomini di Cutolo cadono sotto i colpi dei clan avversi.
Il 1982 è l’anno in cui si registra il maggior numero di omicidi in Campania, 284, segno della permanente instabilità delle relazioni tra gruppi camorristici. Ed è proprio a partire dal 1982, che comincia il declino di Cutolo e l’ascesa di Alfieri.
Vari fattori concorrono all’ indebolimento della NCO: la macchina organizzativa è troppo complessa, ha bisogno di troppe risorse e Cutolo, che ha vietato ai suoi uomini di far traffico di eroina, sostanza che danneggia in particolare quel sottoproletariato al quale egli si rivolge, ma che produce grandi ricchezze, è in difficoltà. La sua violenza ed il numero crescente di omicidi “punitivi” interni cominciano a creare i primi “pentimenti”. Le indagini giudiziarie, conseguentemente, fanno i primi passi: la polizia entra nel “sacrario” di Cutolo, il castello di Ottaviano, e arresta molti suoi affiliati di rilievo. Ma i fattori determinanti della crisi di Cutolo e della vittoria di Alfieri, come si vedrà, sono tutti collegati al sequestro di Ciro Cirillo e alle trattative per la sua liberazione (52).
3.11) Dopo la sconfitta della NCO esplode la guerra tra i clan vincenti. Le ragioni sono diverse: accaparramento delle attività illecite, lotta per la supremazia camorristica, sfiducia reciproca, ricadute in Campania della guerra di mafia che è in corso in Sicilia tra il gruppo dei corleonesi (Liggio, Riina) e quello dei palermitani (Badalamenti, Buscetta). Anche in questa fase sono riconoscibili i connotati della camorra: individualismo, sfiducia reciproca, aggressività, violenza e influenza di Cosa Nostra.
La svolta è costituita dalla strage di Torre Annunziata. All’epoca i clan Nuvoletta e Gionta sono alleati e fronteggiano lo schieramento opposto costituito da Bardellino, Alfieri e Fabbrocino. La contrapposizione è un’ulteriore conferma dei rapporti tra Cosa Nostra e la camorra; essa riproduce infatti quella che è in corso a Palermo tra le famiglie dei corleonesi, alle quali sono legati Nuvoletta e Gionta e quelle di Badalamenti-Buscetta, ai quali invece è legato Bardellino, che e’ alleato ad Alfieri e a Galasso.
Il 26 agosto 1984 un commando composto da almeno 14 persone arriva nella città a bordo di un pullman e di due auto; i mezzi si fermano davanti al “Circolo del pescatore”. E’ domenica mattina e, come al solito, nei locali e davanti al circolo sostano numerosi aderenti al clan di Valentino Gionta. Il gruppo scende dal pullman e dalle auto, apre il fuoco, uccide sette persone appartenenti al clan Gionta e ne ferisce altre sette.
La strage era stata preceduta da numerosi omicidi realizzati da ciascuno dei gruppi in danno dell’altro. Il piu’ clamoroso aveva colpito Ciro Nuvoletta, il 10 giugno 1984, nella sua tenuta di Vallesana, dove, tre anni prima, si erano tenuti i vertici per la pacificazione tra NF e NCO. Un gruppo di uomini armati appartenenti ai clan Alfieri-Galasso-Bardellino era entrato nella tenuta sparando all’impazzata ed aveva ucciso il piu’ spietato dei tre fratelli Nuvoletta. La strage è evitata perche’ tutti gli altri occupanti della tenuta fra i quali c’e’ Gionta con alcuni suoi uomini, riescono a fuggire.
L’ omicidio, a sua volta, era stato preceduto dall’arresto in Spagna di Bardellino, il quale riteneva di essere stato tradito da un appartenente al clan Nuvoletta. La strage ferisce gravemente il prestigio del clan Nuvoletta-Gionta.
Entrare nella città di Gionta cosi’ numerosi, arrivare davanti al suo circolo, sparare sui presenti tra la folla, ripartire indenni significava: ledere il prestigio del boss della città, mostrarlo inidoneo a difendere sè stesso e i cittadini, segnalare la presenza di un fortissimo gruppo avversario, mettere in crisi i grandi affari di Gionta che si svolgevano nel campo del contrabbando di tabacchi, del traffico di cocaina, nell’edilizia, nei mercati del pesce, delle carni e dei fiori.
3.12) Negli anni successivi alla strage di Torre Annunziata emerge progressivamente il clan Alfieri, che diventa via via più potente, eliminando i superstiti frammenti della NCO e scatenando una lotta sempre più feroce contro il clan Nuvoletta ed i suoi alleati. Tra il 1984 e il 1989 questa organizzazione, che operava tradizionalmente a Nola, si espande, nella provincia di Napoli, in diverse direzioni verso Pomigliano d’Arco, verso l’agro nocerino-sarnese, verso la fascia costiera tra Torre Annunziata e Castellammare di Stabia e verso l’area vesuviana nei comuni di Somma Vesuviana, S.Anastasia e Volla(53).
Questa espansione territoriale corrisponde alla costruzione di nuove alleanze: oltre che con i Galasso di Poggiomarino, con gli Anastasio di Santa Anastasia, con i Moccia di Afragola, con il clan Vangone-Limelli di Torre Annunziata e con personaggi di spicco quali Ferdinando Cesarano e Luigi Muollo di Castellammare di Stabia, Biagio Cava di Quindici, Ciro D’Auria di S. Antonio Abate e Angelo Lisciano di Bosco Reale.
3.13) In provincia di Salerno Alfieri si allea nelle zone di Eboli e della valle del Sele, con il clan dei Maiale; nella zona di Battipaglia-Bellizzi con il clan Pecoraro; nelle zone di Nocera Inferiore, Nocera Superiore e Pagani con il clan diretto da Maurizio Pepe, ora divenuto collaboratore di giustizia, da Giuseppe Olivieri, ucciso nell’ospedale di Cava dei Tirreni il 25 giugno del 1990, da Gennaro Citarella, ucciso il 16 dicembre 1990 e da Antonio Sale, ucciso il 30 settembre 1990; nella zona di Angri, con il clan di Tommaso Nocera; nella zona di Scafati, con il clan Loreto-Matrone; nella zona di Sarno e Scafati con il clan che faceva capo a Pasquale Galasso.
Tutti questi boss avevano collegamenti con esponenti delle amministrazioni locali e delle banche. Cio’ emerge, fra 1’a1tro, dal procedimento avviato dalla procura distrettuale di Salerno nei confronti del clan Galasso, che ha portato all’arresto dello stesso Pasquale Galasso.
In questo procedimento risultano direttamente coinvolti e sono stati percio’ arrestati un ex sindaco di Nocera Inferiore nonche’ ex presidente della USL 50, I’avvocato Gennaro Celotto (DC), l’ assessore del comune di Sarno, Alberto Florio Belpasso (DC), Alfio Nicotra, direttore del Banco di Napoli sede di Nocera Inferiore, Giovanni Canale direttore della sede di Nocera Superiore del Credito Commerciale Tirreno, per il quale il Tribunale del riesame ha però revocato l’arresto, Nicola Laurenzana vicedirettore dell’agenzia di Nocera Inferiore del Banco di Napoli.
Le relazioni dei prefetti, allegate ai decreti di scioglimento dei comuni di Nocera Inferiore e di Scafati, segnalano l’influenza determinante esercitata su queste amministrazioni rispettivamente dal clan di Gennaro Citarella e da quello di Pasquale Loreto e Francesco Matrone.
3.14) Nella provincia di Caserta, dopo la sconfltta di Cutolo, anche per la mancanza di un clan egemone, esplode una vera e propria guerra di camorra.
L’episodio piu’ importante e’ la scomparsa di Antonio Bardellino, probabilmente ucciso in Brasile, nel maggio del 1988. Nello stesso periodo veniva assassinato il suo luogotenente, e nipote, Paride Salzillo. A questo attacco seguì l’ascesa di Mario Iovine, poi ucciso a Cascais il 6 marzo 1991, appoggiato da Francesco Schiavone detto Sandokan.
La morte di Bardellino segna una rottura all’interno del “clan dei casalesi”, che dominava tradizionalmente la citta’ di Casal di Principe e che aveva occupato fin dagli anni ’70 una posizione di preminenza nell’intera provincia di Caserta.
L’intensa conflittualita’ interna indebolisce questo gruppo criminale, dedito alle estorsioni, allo spaccio di sostanze stupefacenti ed alle rapine, ma in grado di condizionare pesantemente anche l’amministrazione comunale. Oggi, dopo la morte di Iovine e dopo numerosi arresti, il capo del clan e’ Francesco Schiavone, anch’egli arrestato per associazione di stampo mafioso il 25 aprile 1991, successivamente scarcerato con obblighi e resosi irreperibile, cosi’ come il suo vice, Francesco Bidognetti, arrestato il 20 dicembre 1993.
Pur avendo rallentato notevolmente le proprie attivita’, il clan dei casalesi è ancora assai forte, specialmente se si tiene conto della polverizzazione degii altri gruppi camorristici nella provincia di Caserta. I casalesi, oltre ad esercitare la propria influenza nei comuni dell’aversano e nel mondragonese, hanno attivita’ anche fuori della Campania, giungendo fino all’Emilia Romagna.
3.15) I gruppi camorristici della provincia di Caserta sono numerosi ed ampiamente radicati. Nella zona di Sparanise e di Tulazio opera il clan Lubrano-Papa, tradizionalmente legato ai Nuvoletta di Marano (in provincia di Napoli). Le famiglie La Torre ed Esposito controllano Mondragone, Grazzanise, Sessa Aurunca, Carinola e Baia Domizia, spingendosi fino al basso Lazio. A Casapesenna e nei comuni vicini opera il clan Venosa-Caterino, che si e’ sottratto all’egemonia dei casalesi dopo la morte di Mario Iovine. A Caserta citta’ e’ presente il gruppo di Rosario Benenato. A Recale quello dei fratelli Antimo e di Giovanni Perreca. Gli esempi sin qui indicati non esauriscono la complessa geografia dei clan, ma sono sufficienti a mostrare il carattere accentuatamente pluralistico di questi insediamenti criminali.
3.16) I capi di numerosi clan operanti in provincia di Caserta tendono ad inserirsi in attivita’ economiche legali, nei settori del turismo, della intermediazione finanziaria e degli investimenti immobiliari. Si possono ricordare in proposito la gestione di stabilimenti balneari a Castel Volturno da parte di gruppi che fanno capo al clan dei casalesi e la gestione di supermercati nella citta’ di Sessa Aurunca da parte di imprenditori legati al latitante Mario Esposito, del clan Muzzone.
3.18) Oggi, in tutta la Campania, il gruppo camorristico più forte è quello di Carmine Alfieri. Il capo e’ detenuto ma i suoi uomini rispondono a Mario Fabbrocino, oggi latitante, la cui storia processuale e’ tanto singolare quanto signlficativa.
Il 22 settembre 1987, mentre e’ detenuto nel carcere di Bellizzi Irpino, i suoi legali ne chiedono gli arresti domiciliari in clinica, dichiarando che il detenuto avrebbe pagato le spese del ricovero ed allegando certificazioni dalle quali risultava il suo gravissimo stato di salute. Il 6 ottobre successivo la Corte d’Appello di Napoli, su parere contrario della Procura, concede il beneficio richiesto senza disporre alcuna indagine sulle reali condizioni di salute del boss.
Meno di un mese dopo, il 12 novembre, i difensori chiedono la liberta’ provvisoria e, in subordine, gli arresti domiciliari; allegano, tra gli altri motivi, le elevate spese di degenza in clinica che Fabbrocino si era peraltro accollato al momento della prima istanza. La procura esprime nuovamente parere contrario, ma la Corte d’Appello il giorno successivo all’istanza, concede gli arredi domiciliari. Alla rapidita’ della decisione corrisponde la prevedibile tempestivita’ della inusitata fuga.
Il 14 novembre, poche ore dopo il provvedimento, Fabbrocino scompare di casa.*** Da quel momento è latitante. Avrebbe dovuto scontare la pena detentiva fino al 1999.

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