Mostri Moderni

La povertà. Bestia nera del consumismo, dell’odierno modo di vivere. Nel paese dei balocchi, lady povertà è sempre accompagnata dal disdegno, dal pubblico disprezzo, dal rifiuto. Un rifiuto inconfessabile; regole di opportunismo, impongono di mostrarsi tolleranti. Tristi contraddizioni della nostra epoca. Nonostante l’indifferenza con cui si guarda al prossimo, permane un alone di (apparente) compassione per chi navighi in cattive acque. Un tempo, era questa un’aria che respirava ad ogni angolo di strada, soprattutto durante le festività natalizie, emblema, in passato, di tolleranza e di aiuto verso il prossimo disagiato, di recente diventate una delle tipiche forme con cui si esprime il consumismo e, di conseguenza, l’indifferentismo di massa.
Uso queste premesse per narrare la storia di Mustafà. Un silente, i cui fatti hanno un suono molto più forte delle parole degli imbonitori di turno.
Mustafà è un marocchino conosciuto in palestra. I bassi costi dell’abbonamento mensile, uniti ad un’inossidabile forza di volontà, gli permettevano di trascorrere, dopo lavoro, qualche ora tra dischi di ghisa e bilancieri. E’ stato proprio durante quei mesi d’allenamento, che ho avuto modo di conoscerlo. Tra un esercizio ed un altro, Mustafà mi parlava della sua terra. Della bellezza dei luoghi in cui è cresciuto. Della difficoltà con cui li ha abbandonati. Dell’estenuante viaggio per arrivare in Italia. Della sua nipotina, che non aveva visto nascere, ma che, almeno, vedeva crescere grazie allo strumento della fotografia. Una sera mi parlò anche del suo defunto nonno, che non ha potuto abbracciare per l’ultima volta, prima che passasse a miglior vita. Insomma, Mustafà mi raccontava di questo e di altro ancora. Ascoltandolo, rimanevo rapito dalla sua profonda umanità. Mai una lacrima che rigasse il suo volto, in quelle reminescenze. Mai un attacco contro il mio paese, che non vanta una cultura avanzata, in fatto di accoglienza di extracomunitari. In quel di Sarno, la denominazione di marocchino è una etichettatura, piuttosto che una indicazione della nazionalità di un individuo. Il marocchino, il polacco, l’ucraino, in una parola, l’immigrato è una persona da trattare come un essere inferiore. Per uno strano concetto di ius sanguinis, mai studiato, banalmente messo in pratica dagli autoctoni locali. Il marocchino va preso in giro, se capita. Strattonato, se ubriaco. Maledetto, nel caso si senta male, perchè ci obbliga a prestargli soccorso.
Mustafà era diverso. Non migliore; semplicemente, diverso. Da quell’uomo, a differenza di tanti suo connazionali, traspariva un’umanità differente. Mi sorprendeva la grande dignità, il forte orgoglio con cui viveva la sua condizione di povero. Lavorava per mettere da parte i soldi. Così da spedirli ai suoi cari. Poco importava della camicetta sgualcita o del pasto saltavo. Un pomeriggio, mi raccontò di dove abitasse a Sarno: un monolocale, con accessori. Il lavoro gli avrebbe potuto permettere una casa più dignitosa. Ma preferiva quel luogo. Più soldi risparmiava, più poteva aiutare i suoi cari. Ciononostante, non disdegnava un buon caffè o una birra ghiacciata al bar, con i suoi amici conosciuti in Italia. Si concedeva quel poco che gli bastava per potere vivere allegramente. “Allah è grande! Ho fede in lui. Ogni giorno, prego affinchè protegga la mia famiglia, mentre io sono qua”. Lo diceva col sorriso sulle labbra. Non v’era tristezza, in quelle parole. Soltanto “amor fati”. Un’accettazione della dura realtà, con immensa fiducia verso il futuro.
E’ da un po’, che non vedo quel marocchino. Due, tre mesi fa, non era difficile, la domenica, trovarlo fuori al suo bar preferito, a chiacchierare con i suoi amici. Magari è tornato a casa. O, molto probabilmente, sarà andato in un altro luogo, a lavorare. Chissà. Spero di rivederlo, un giorno. Per ringraziarlo dei tanti insegnamenti che, inconsapevolmente, mi ha trasmesso. Uno tra i tanti: ricchezza materiale e ricchezza spirituale non vanno mai di pari passo. Una constatazione molto più profonda, del classico, proverbiale: “Non è tutto oro quello che luccica”. La grandezza di un uomo, ho imparato a capire, non la si misura in base alla macchina che guida, o in base ai vestiti che indossa. Semplicemente, la si misura dal modo in cui affronta la vita. Ed in questo, Mustafà, sarà sempre un campione.
Se vi state chiedendo perché vi abbia raccontato di Mustafà, vi rispondo subito: l’ho fatto perché, nella società dell’egualitarismo, è proprio dagli ultimi (perdonate l’ardita metafora) a potersi apprendere tanto, sul mestiere di vivere. Ma se avete dovuto aspettare la risposta per comprendere la morale di questa “favola”, dimenticate quanto abbiate poc’anzi letto: avreste comunque difficoltà a  metabolizzarlo.

Antonio Ascolese

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