Il sorriso e chi lo apprezza

Anche questa settimana parla l’ospite, Emanuele,che ci dona una serie di riflessioni sul sorriso:

Affermava un anonimo medievale “il riso fa l’uomo isgraziato e odiato, s’elli è soperbio o maligno o furtivo o ismosso per male altrui”, e S. Antonino “le vanità e i vani risi e i parlari lasciate fare a quelli che si hanno eletto questo mondo in loro premio”.


E così tanti grandi uomini e poeti hanno compreso al contrario la grandezza del sorriso.

Scrive Pablo Neruda:  “Toglimi il pane, se vuoi, toglimi l’aria, ma non togliermi il tuo sorriso… entrando, il tuo sorriso sale al cielo cercandomi ed apre per me tutte le porte della vita… negami il pane, l’aria, la luce, la primavera, ma il tuo sorriso mai, perché io ne morrei”.

Conosciutissima è la poesia di Gandhi dal titolo “Prendi un sorriso”:  “Prendi un sorriso, regalalo a chi non l’ha mai avuto.  Prendi un raggio di sole, fallo volare là dove regna la notte. Scopri una sorgente, fa bagnare chi vive nel fango.  Prendi una lacrima, posala sul volto di chi non ha pianto.  Prendi il coraggio, mettilo nell’animo di chi non sa lottare.  Scopri la vita, raccontala a chi non sa capirla.  Prendi la speranza, e vivi nella sua luce.  Prendi la bontà, e donala a chi non sa donare.  Scopri l’amore, e fallo conoscere al mondo”.

Altrettanto conosciuta è “Il valore di un sorriso” di Faber:  “Donare un sorriso rende felice il cuore.  Arricchisce chi lo riceve senza impoverire chi lo dona.  Non dura che un istante, ma il suo ricordo rimane a lungo.  Nessuno è così ricco da poterne fare a meno né così povero da non poterlo donare.  Il sorriso crea gioia in famiglia, dà sostegno nel lavoro ed è segno tangibile di amicizia.  Un sorriso dona sollievo a chi è stanco, rinnova il coraggio nelle prove, e nella tristezza è medicina.  E poi se incontri chi non te lo offre, sii generoso e porgigli il tuo:  nessuno ha tanto bisogno di un sorriso come colui che non sa darlo”.

Già al tempo degli dei dell’Olimpo il sorriso (qualche volta nella variante del riso, quello sano e sincero, non stolto e sforzato) faceva la sua parte.

L’esempio più famoso narra l’aneddoto di Demetra, dea della terra e della fertilità, sofferente perché Persefone, sua unica figlia, è stata rapita da Ades, signore dei morti, che ne ha fatto la sua sposa, confinandola agli Inferi.  Lo stato d’animo depresso della madre si ripercuote su tutto il creato:  la sterilità si espande tutt’intorno, privando animali ed esseri umani di ogni primizia.

Baubo, una delle sue ancelle, avendo compreso il motivo di tanto dolore, si impietosisce e allo stesso tempo trova l’energia per maturare un’idea, che definire creativa è dir poco e con la quale riesce a mutare il tragico destino che la terra sarebbe diversamente destinata a subire.  Di nascosto, si dipinge sul ventre un volto bizzarro, in cui gli occhi sono i seni, la bocca coincide con l’ombelico e il mento barbuto si adagia sulla vulva.  Aggiustate le vesti, si reca dalla dea per offrirle una bevanda d’orzo.  Al rifiuto di Demetra, la ragazza risponde scoprendo repentinamente il proprio corpo, in modo che le braccia, piegate sulla testa, sotto la veste, risultino un buffo turbante sul grottesco volto maschile.  Trovandosi innanzi questo improvviso e inatteso scenario, la dea scoppia a ridere e accetta la bevanda.  L’incantesimo triste si spezza, la terra torna a concedere i suoi frutti, la catastrofe rientra.

Com’è avvenuto per altre “scoperte” però, i primi contributi consistenti in termini di riflessioni sul ridere provengono dalla filosofia.  Una famosa e soprattutto antica teoria ereditata da Platone, si sofferma in particolare sulla commedia:  essa fa scaturire il riso dalla presentazione al pubblico delle disgrazie altrui. E tanto più è alto il rango sociale del personaggio di cui si ride, più è prestigioso e più è semplice e veloce il riscontro da parte del pubblico.  Pertanto la risata, con la sua potenza, può mettere in serio pericolo l’autorità, perché fornisce ai “deboli” uno strumento di difesa contro i soprusi dei superiori.

È il metodo di Pasquino, quello, per intendersi, specialissimo antagonista della figura papale che finì con il simboleggiare il popolo di Roma e che punteggiava coi suoi commenti, che convertivano al sorriso, gli eccessi di un sistema col quale si finiva per convivere con sorniona sufficienza

Aristotele, ancora, ritiene che solo l’uomo conosce il riso, e definisce l’arte di ridicolizzare come qualcosa di brutto, ma inoffensivo allo stesso tempo, perché garantisce una certa astrazione dalla realtà.

Ai primi mesi di vita,il sorriso è il primo comportamento attivo messo in atto dal bambino, è intenzionale ed è la forma comunicativa che adopera con la madre o con qualsiasi altra figura che lo rassicuri o che in qualche modo si prenda cura di lui.Nell’adulto invece, il sorriso è il risultato sì dell’evoluzione, ma soprattutto delle sue relazioni con l’ambiente familiare e sociale, perché ha imparato a utilizzare tutte le funzioni che gli appartengono e che non sono conosciute dal bambino.  Il suo è un sorriso modulato in funzione della situazione in cui è calato e perciò è connotato di grande complessità.

Vorrei ricordare, al proposito, il film “Patch Adams” (con Robin Williams), dal nome vero del celebre medico-clown che accoglie ogni paziente con amore, come persona da aiutare in un ambiente sereno e vivace allo stesso tempo, dove sono utilizzate tutte le arti mediche esistenti. Patch visita i bambini col naso rosso, si avvicina loro ciucciandosi il labbro inferiore, instaura un rapporto tattile usando approcciparticolari e poggiando i suoi piedoni sui piccoli lettini per poi tirare fuori da una borsa piena zeppa di tasche i rimedi curativi in modo quasi rituale, ma sempre e costantemente sorridente.

Il pensiero corre, in maniera spontanea, al sorriso più emblematico che si conosca e da sempre il più studiato, quello della Gioconda di Leonardo da Vinci,  condividendo appieno che la bellezza della Gioconda non va ricercata nei suoi lineamenti facciali, ma nell’armonia degli elementi pittorici, nell’originalità meravigliosa dell’insieme e di ogni singolo particolare, nella distribuzione dei colori e nel perfetto accordo sorriso-paesaggio, che emana una sensazione  misteriosa e irreale, come una sfida alla intelligenza e allo spirito di chi la osserva.

E non dimentichiamo tra i “grandi del sorriso” (senza irriverenze per gli accostamenti un po’ azzardati) Totò – grande Maestro tra i Maestri Passati e consegnato alla storia come “il Principe del Sorriso” – colui che ha fatto sorridere, sottraendole dalla mestizia di una rappresentazione povera, misera e dolorosa della vita ed usando proprio tali mezzi per farlo,  intere generazioni di disgraziati;  San Francesco d’Assisi, il quale fece del sorriso lo strumento di comunicazione della sua iniziazione e del suo immenso amore per l’umanità;  o Bernardo di Chiaravalle, le cui creature, i Templari, passati al volgo come tenaci ed invincibili guerrieri, si rivolgevano nella vita di tutti i giorni ai loro Fratelli d’arme e di preghiera con un sorriso e chiamandoli Soavi Fratelli.

E in voi lettori, che sorriso può nascere?

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