Le cronache degli abitanti del fiume: nascita.

Nei giorni seguenti a quella strana e fantastica vicenda avvenuta in pianura  cominciai, con moto quasi autonomo della mia volontà, la ricerca verso la conoscenza di questo popolo strano. Inutile dire che non riuscii a trovare nessuna notizia se non qualche appunto confuso su alcune civiltà indoeuropee, di cui però non si ha nessuna traccia storica di tipo reale, ma soltanto ipotesi. Decisi allora di mantenere il riserbo su quanto avevo visto, e di tornare a visitare ogni Domenica quel luogo dai contorni così conformi alla natura, da sembrarne quasi ed insolitamente estraneo. 

La terza volta che ritornai mi fermai a guardare per l’ennesima volta quell’insieme di forme, e dopo un momento di assoluta immobilità una brezza mattutina venne a trovarmi in mezzo a quei ruderi. Il vento smosse la corteccia dal tronco e anche stavolta potei leggere qualcosa di nuovo:

Cronache della nascita

Noi non contiamo il tempo, non lo dilatiamo, non lo sezioniamo, non lo stringiamo, non lo bruciamo, non lo adoriamo, non lo fuggiamo: semplicemente viviamo, e l’unica alternanza che ci è concessa è quella che col calar del Sole comincia con la Luna, e viceversa. Il mio popolo così ha scelto di vivere, perdendo la conoscenza esatta dell’inizio delle proprie radici, ma acquisendo la sicurezza della loro esistenza e della loro forza presso le nostre usanze e il nostro comune sentire. Così  ogni nuovo che nasce ricorda il volto degli alberi della foresta allo stesso identico modo di chi è già nato o di chi sarà prossimo a farlo.

 La prima cosa che ci insegnano quando apriamo gli occhi è che il fiume ci accarezza e noi camminando col suo corso impariamo a crescere,  sul suo percorso i giovani vedono cose straordinarie ed è quello il fondamento della nostra educazione. Abbiamo rispetto per il suo fluire poiché esso viene prima di noi: il suo fiotto gorgogliava dalla roccia, e le nuvole si disciolsero per dargli un corpo molto prima che noi fossimo nati, ed ora è qui ad accompagnare i nostri amati verso la maturità, e quando l’ultima goccia sarà scorsa noi non piangeremo, perché  conosciamo il fiume e sappiamo che dopo di noi tornerà a scorrere per altre creature.

Nei primi passi egli ci insegna che ci ama, ma che il suo amore per noi è uguale a quello per gli altri esseri, perché agli occhi di chi dorme sembra esserci soltanto per alcuni ma egli in realtà fluisce sempre per tutti.  Perciò mentre scorriamo con lui egli ci lascia vedere quelli che noi cominciamo a considerare come nostri fratelli, e con esso conosciamo la vera famiglia da cui siamo nati. Conosciamo il popolo degli alberi e quello degli animali, quello che vive nelle acque e quello che respira nelle caverne buie dei monti che ci circondano.

Noi non contiamo il tempo, ma sappiamo che il fiume non scorre solo per noi. Egli è esistito prima che noi fossimo un popolo e continuerà ad essere così anche dopo, anche per un popolo che conta il suo tempo e che divide quello dei propri esseri in unità di tempo. E’ per questo che lasceremo qui le tracce delle nostre istituzioni, non per poterle salvare ma per poter aiutare a tramandare quelle di altre civiltà.

ALLA CONQUISTA DI UN ASTEROIDE

Da molti anni si parla di un imminente ritorno sulla Luna da parte degli americani. Tuttavia, ogni cambio di presidente americano, anche le esigenze mutano e al posto della conquista della Luna, da qualche tempo si parla di quella di un asteroide.

Eros

La NASA aveva previsto un nuovo ritorno sul nostro satellite tra il 2020 e il 2030, ma la cosa potrebbe non essere così conveniente né semplice come, invece, si pensava inizialmente. Di conseguenza, le capsule Orion, destinate allo sbarco lunare, potrebbero portare gli astronauti a calpestare il suolo polveroso di qualche asteroide. Il progetto prevede di mandare in orbita terrestre due capsule Orion, le quali, dopo aver rifornito la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) di vari materiali, si unirebbero a formare un’unica astronave, in grado di fornire tutto il necessario ai suoi occupanti astronauti per un viaggio complessivo di qualche settimana, il tempo necessario per andare e tornare da un asteroide distante circa 1-3 milioni di chilometri. Questa possibilità potrebbe essere sfruttata in futuro per le manutenzioni ai telescopi spaziali di nuova generazione, come lo Space Webb Telescope, che dovrebbe sostituire nei prossimi anni l’Hubble Space Telescope. L’idea è stata presentata qualche tempo fa dalla Lochheed Martin Space System, la società incaricata della costruzione delle due capsule Orion.

 

La conquista di un asteroide ha molteplici vantaggi: si potrebbe scegliere uno di quelli che giungono relativamente vicini alla Terra per ridurre i tempi di permanenza nello spazio degli astronauti e non servirebbe alcun modulo di discesa né di risalita, grazie alla debole forza di gravità dell’asteroide stesso, in quanto, con un piccolo salto, si potrebbe scende e salire tranquillamente dall’astronave.

Da un punto di vista scientifico, la scelta di un asteroide ha un vantaggio non banale: permetterebbe di conoscere meglio la costituzione degli asteroidi vicini e quindi di poterci meglio difendere qualora diventassero una minaccia per il nostro pianeta. Ma è un’utilità che non convince tutti, perché gli asteroidi che sarebbero visitati dagli astronauti hanno orbite ben definite e stabili su lunghissimo periodo, e da questi non dobbiamo temere rischi; quelli più pericolosi, potrebbero, invece, avere una costituzione del tutto diversa.

Rimane una curiosità: quale asteroide vogliamo visitare?

L’EVOLUZIONE DELL’UOMO(TEORIA DARWINIANA)

SIAMO TUTTI UN Pò SCIMMIE….

Più di 20.000.000 di anni fa viveva nelle foreste che ricoprivano la terra una specie animale appartenente all’ordine dei primati, di cui facevano parte le scimmie antropomorfe ( dal greco antropos = uomo e morfè = forma ), cioè simili all’uomo, come scimpanzè, gorilla , orangutango.  Essi vivevano sugli alberi, saltando da un ramo all’altro;  scendevano a terra raramente, ma quando lo facevano, usavano gambe e braccia per camminare.

Ad un certo punto il clima cambiò e di conseguenza la foresta fitta di alberi fu sostituita dalla savana, cioè una distesa di erbe alte  con radi alberi.  In seguito a  questo avvenne che alcune scimmie antropomorfe si ritirarono nelle parti interne dove la foresta rimaneva ancora, altre invece riuscirono ad adattarsi al nuovo ambiente ed a poco a poco impararono a camminare eretti solo sulle gambe ( forse per una particolare conformazione dell’osso dell’anca diversa da quella delle altre scimmie ).

Le scimmie che impararono a poco a poco a camminare erette formarono un gruppo diverso da quello delle scimmie antropomorfe: il gruppo degli  ominidi.  Essi erano agli inizi più simili alle scimmie che all’uomo: avevano la fronte sfuggente, il cranio piccolo, la mandibola molto sporgente, il corpo tutto ricoperto dal pelo.  Per questo nel nome con cui indichiamo gli ominidi compare la parola “piteco” (dal greco pitecos = scimmia ).

Il più antico degli ominidi fu il Ramapiteco vissuto circa 12 milioni di anni fa; vi fu poi l’ Australopiteco (5 milioni di anni fa ) che camminava ormai eretto ed era in grado di utilizzare pietre  scheggiate accidentalmente;

poi l’ Homo Habilis (2 milioni di anni fa) accanto al cui scheletro furono trovate delle pietre rozzamente lavorate. In seguito vi furono l’ Homo Erectus e l’ Homo Sapiens, da cui ebbero origine l’uomo di Neanderthal ( 100.000 anni fa )  e l’uomo di Cro-Magnon ( 35.000 anni fa  ) ormai molto simile all’uomo attuale.

Mentre le scimmie antropomorfe rimasero sempre uguali e lo scimpanzè di oggi si comporta come quello di un milione di anni fa, gli ominidi subirono una evoluzione e nel corso di milioni di anni si differenziarono sempre di più dalle scimmie, diventando sempre più simili all’uomo. ( Evoluzione = lenta trasformazione da forme semplici a forme più complesse. )

Il fatto di camminare eretti accelerò la evoluzione degli ominidi, in quanto, avendo le mani libere, cominciò ad usarle  innanzitutto per afferrare oggetti come pietre o bastoni, per procurarsi cibo o difendersi. Vivevano allora di raccolta, cioè si cibavano di quello che trovavano:  frutti,  radici, bacche, piccoli animali.  Fu forse per scavare meglio o per colpire un animale che pensarono di appuntire un bastone o una pietra.   Iniziò così  la lavorazione della pietra, che diventando sempre più perfezionata richiese all’ominide un lavoro di analisi dei materiali, di progettazione, di valutazione e di confronto dei risultati. Tutto questo a poco a poco sviluppò l’intelligenza,  facendo di conseguenza aumentare la scatola cranica.

Con la lavorazione della pietra avviene una definitiva distinzione tra l’ominide e le scimmie.  Infatti nessun animale è in grado  di utilizzare degli utensili o meglio di modificarli a seconda dell’uso che intende farne. Come è potuto avvenire ciò? Evidentemente quegli ominidi  all’inizio apparentemente tanto simili alle scimmie, avevano invece qualcosa che le scimmie non possedevano e cioè l’ INTELLIGENZA e inoltre caratteri fisici diversi quali: l’osso dell’anca adatto anche all’andatura eretta, il pollice opponibile che permetteva oltre alla presa di forza anche la presa di precisione e l’alluce non opponibile (andatura eretta).

Un’altra tappa importante nella evoluzione fu la scoperta del fuoco che modificò profondamente la vita dell’uomo, portandogli molti vantaggi: infatti col fuoco egli potè  riscaldarsi, tenere lontano gli animali, illuminare la caverna, più tardi usarlo per cacciare, cuocere la carne e questo rese la sua mandibola meno sporgente. Inoltre ,tenuto dapprima sempre acceso nella caverna, era un punto di riferimento a cui tornare e intorno al quale si formano i primi nuclei familiari.

Più tardi l’ominide non si limitò ad una attività di raccolta, ma, per soddisfare il bisogno di cibo ed anche per difendersi, egli   diventò cacciatore anche di grossi animali.

L’ATTESA.

Salve,

scusate per la breve interruzione del blog ma siamo stati contagiati eheh

Quando si è impossibilitati a muoversi non si hanno molte alternative se non contemplare il silenzio e la riflessione.

L’ attesa può essere un vero fardello sopratutto per coloro che si muovono in continuazione (come se  avessereo dei tizzoni ardenti sotto i piedi) e non vedono l’ora di evadere.

L’attesa non toglie tempo ma te ne dà di nuovo permettendoti di rilassarti e di prendere decisioni con maggior tranquillità e sicurezza.

L’attesa non porta la fretta (che a mio parere già abbiamo e forse pure tanta) ma bensì la calma di poter fare tutto per se stessi e per gli altri con maggior criterio e con una valutazione più accentuata rispetto a quella che abbiamo normalmente.

L’impossibilità di poter agire magari per un determinato arco di tempo (breve o lungo che sia) non deve scoraggiarci o indurci a pensare che abbiamo buttato parte di noi stessi, della nostra esistenza che magari potevamo impiegare al meglio perchè non tutto può essere controllato nella vita. Gli eventi si susseguono ripetutamente e vengono scanditi attimo dopo attimo nella nostra vita (come i secondi all’ interno di un orologio).

Quindi l’attesa può solamente portare benefici, sappiate prenderla e adoperarla al meglio.

 

A presto.

INFLUENZA

Cari lettori incredibile a dirsi ma…abbiamo l’influenza tutti e 4 !

Stiamo guarendo riprederemo lunedì con l’articolo di C.

Stay tuned!

In quel di Encelado.

Da cinque anni la sonda Cassini sta studiando da vicino il sistema di satelliti e anelli di Saturno. Recentemente, il Cosmic Dust Analyzer (CDA) a bordo della sonda, ha raccolto una serie di dati che porterebbero ad ipotizzare la presenza di un vasto oceano d’acqua liquida al di sotto dello spesso strato di ghiaccio che ricopre la superficie di una delle lune di Saturno, Encelado. Con i suoi appena 500 chilometri di diametro, questo satellite è da tempo preso di mira dai ricercatori in quanto, per le sue caratteristiche chimico-fisiche e per la sua attività geologica, pare possedere ambienti potenzialmente ospitali per la vita.

Encelado, inoltre, svolge un ruolo fondamentale nel sistema di anelli di Saturno: orbitando ad una distanza di circa 283 mila chilometri da esso, è ritenuto essere una fonte di minuscole particelle ghiacciate per l’anello E, l’anello di Saturno che si estende in una regione di spazio compresa fra i 180 mila e i 2 milioni di chilometri dal pianeta. Numeri spaventosi, solo per un anello.

Nelle regioni polari di Encelado sono stati individuati potenti getti, simili ai geyser terrestri, che espellono grandi quantità di particelle ghiacciate, con una serie di meccanismi geologici non ancora del tutto chiari. Queste particelle ghiacciate, disperdendosi nello spazio, vanno a rifornire l’anello E.

 

Da tempo si pensa che sotto la sua superficie ghiacciata, Encelado nasconda un vasto oceano d’acqua liquida, una situazione del tutto simile a quella che è stata scoperta qualche anno fa su una delle lune di Giove, Europa. Il CDA a bordo di Cassini, dallo studio delle particelle di ghiaccio che costituiscono l’anello E, pare confermare questa ipotesi, in quanto le particelle sono particolarmente ricche di sodio. Solo l’acqua liquida, infatti, può contenere significative quantità di sali disciolti e di conseguenza, le particelle non possono che provenire da un oceano sotterraneo di Encelado.

 

Ma non sempre si può dire “Dulcis in fundo”,  almeno in questo caso. Un altro studio recentemente pubblicato sulla rivista “Nature”, sembra meno ottimistico, rivelando che la quantità di sali di sodio presente nei geyser di Encelado è di gran lunga inferiore a quella riscontrata nell’anello E, tanto da non confermare per ora la presenza dell’ oceano di acqua salata su Encelado.

Dovremmo aspettare ulteriori indagini da parte della sonda Cassini.

Encelado ripreso dalla Cassini

L’ultima parola è ancora tutta da scrivere.

La Quarta Elegia


Ma noi quando siamo intenti a una cosa,
già ci distrae l’ansia per l’altra. Inimicizia
è quel che ci è prossimo. Forse che gl’innamorati
non s’imbattono sempre in nuove barriere,
l’uno nell’altro,
loro che si erano promessi spazio, avventura e rifugio.
Per la rappresentazione di un attimo,
già si prepara uno sfondo del contrario, penoso,
che noi si possa vedere; perché si è molto chiari
con noi. Ignoriamo il contorno del sentire,
solo ciò che gli dà forma dall’esterno.
Chi non si sedette turbato davanti al sipario
del proprio cuore
?

Parla l’ospite: “Volava fra le bombe…”

Ormai la consuetudine del mercoledì dell’ospite sul nostro blog continua, ed è sempre un piacere per noi dare spazio agli articoli di altre persone. Quest’oggi pubblichiamo il post del nostro amico Mariano, e vi ripeto inoltre che qualora vogliate mandarci del materiale potete farlo all’indirizzo che abbiamo attivato appositamente per voi. Buona lettura.

“Volava fra le bombe”

Ricordo che m’è sempre piaciuta la storia. Cercavo sempre di capire i motivi di certi eventi, mi interessava comprendere cosa spingeva uno Stato a dichiarare guerra ad un altro. Dalle battaglie dell’antichità fino alle più recenti guerre politico-economiche, non è sempre difficile prevederne l’esito. Se il potente esercito romano guidato da Cesare, invadeva la sprovveduta Gallia, difesa dai disarmati sosia di Asterix e Obelix, era facile pronosticare un vincitore. Oggi non è così. Oggi le guerre più aspre, quelle che fanno migliaia di morti, si innescano per motivi diversi da quelli dichiarati, si combattono con armamenti più distruttivi di quelli sfoggiati sul campo di battaglia e si concludono con esiti e accordi ben differenti da quelli resi noti al resto del mondo. Ecco perché tanti scontri di ideologia religiosa, si fondano segretamente anche su altri motivi ben più segreti, economici o politici che siano. Ho sempre pensato che, nel corso della storia, siano state poche le persone che abbiano incentivato e promosso una guerra . Molte di più sono state quelle che le hanno subite sulla propria pelle. Molte, ma molte di più.

Sono anni che si parla del conflitto arabo-israeliano nella Striscia di Gaza, ma non tutti sanno bene quel ch’è successo lì decenni fa e quel che succede oggi. Probabilmente non è una storia che interessa a tutti, sicuramente ci sono tanti altri neon che attirano le zanzare dell’attenzione della gente. O per usare altra allegorica metafora:  tante persone vagano come piccole mosche, ma alla fine si sa da cosa sono attratti.

Credo che sia quantomeno doveroso, di questi tempi, cercare di chiarire per sommi capi questa storia di sangue e di territori.

Dopo la seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite hanno concesso allo stato di Israele il territorio palestinese, confinando questi ultimi nella cosiddetta “Striscia di Gaza”, una regione costiera che affaccia sul Mediterraneo. I tentativi di rivendicazione di quei luoghi da quasi sessant’anni spingono le due popolazioni non solo a combattersi a vicenda, ma persino ad odiarsi, per via del differente “credo” religioso. Il vero problema sta nel fatto che gli attacchi Israeliani godono dell’appoggio e del sostegno di super-potenze mondiali come gli USA, la Germania e la Francia, mentre i Palestinesi rispondono a colpi di razzi e mortai, sobbarcati dall’Iran e altre nazioni musulmane. Questo potrebbe già darci un’idea di quante migliaia di civili siano stati vittime innocenti dello scontro. Il macabro primato spetta alla Palestina che ha contato fra le sue genti un numero di vittime infinitamente maggiore rispetto a quelle Israeliane. Come dicevo prima, i poveri Galli pagano un tributo sterminato nel combattere una guerra contro i Romani.

Mi sembra ovvio che i razzi di Hamas (la scia politica estremista della Palestina), messi a confronto con le bombe intelligenti dei nemici Israeliani, siano poco più che quei petardi che si usa far scoppiare a capodanno. E davvero non si riesce a vedere uno sbocco di pace, al di là di una raccapricciante intuizione su chi avrà più morti nei prossimi anni. Sembra proprio che anche la colomba bianca, che volava con il rametto d’ulivo nel becco, sia morta sotto le bombe.

pace-israele-e-palestina[1]

“Occhio per occhio…e il mondo diventa cieco” (Mohandas Karamchand Gandhi)

Le cronache degli abitanti del fiume:prologo.

Sono sempre stato indeciso riguardo al raccontare ciò che sto per scrivere e le ragioni sono varie.  Il mio primo dubbio è che nel leggere un certo tipo di storie, quest’ultime possano sembrare frutto della fantasia un po’ troppo forbita di uno scrittore stravagante e con la testa fra le nuvole.  La seconda ragione, che forse è la più importante, è che in un momento come questo a nessuno potrebbe interessare leggere le cronache quotidiane di cui sono entrato in possesso. Tuttavia considero quello che ho trovato, camminando fra le pianure e i boschi dei luoghi dove sono nato, come un tesoro;  e sinceramente non penso debba essere io l’unico a goderne. Comincerò ad essere più chiaro.

Amo ritrovarmi nella natura e spesso faccio lunghe passeggiate per le pinete ed i bassopiani vicino casa, l’aria che si respira sembra dissolvere le preoccupazioni e le ansie delle mie giornate, ed è in una di queste passeggiate che seguendo la strada sterrata che procedeva in salita, che oramai pensavo di ricordare a memoria, che mi ritrovai in un posto per me del tutto sconosciuto. Quello  che scorsi alla fine della ripida via mi incuriosì molto poiché non avevo mai visto prima d’ora, in tutte le volte che mi incamminai per quei luoghi, qualcosa di simile. Mi si parò di fronte agli occhi un complesso di rocce alte circa tre metri, scolpite con disegni e trame di piccoli esseri intenti in lavori di tutti i giorni. Queste erano disposte in forma circolare e al centro c’era, incastrata su di un pezzo di platino(anche se inizialmente non immaginavo minimamente di quale materiale fosse quel metallo) che ne fungeva da asse, una sfera di pietra. Superato l’iniziale senso di sgomento notai che nel punto superiore opposto al centro della sfera c’era incastrata la testa quadrata di un chiodo che aspettava ancora l’ultimo colpo per essere battuto fino in fondo.

L’istinto mi suggerì di prendere il mio bastone telescopico e dare quel colpo al chiodo, e quindi mi concentrai per raccogliere abbastanza forza e precisione tali da non poter sbagliare ed essere efficace. Impugnai il bastone dal basso così che  il manico, che era duro e spesso, fungesse come la testa di un martello, ed urlando sferzai il colpo. Il risultato sembrò abbastanza deludente: il chiodo era ancora lì che non si era mosso  nemmeno di un millimetro mentre il mio bastone si era scheggiato. Eppure dopo pochi secondi cominciai a sentire un rumore sordo provenire dalla sfera e con mio grande stupore questa d’un tratto si infiammo tutta, per poi ridursi in cenere.

Rimasi lì per qualche minuto, incredulo su quanto avevo appena visto, e mentre il sole calava lasciando che il bosco si colorasse di toni scuri, con quell’ultimo barlume di lucidità che mi rimase, decisi che era meglio prendere la via per il ritorno e visitare quel luogo all’indomani, quando avrei potuto avere più tempo per comprendere meglio cosa fosse accaduto.

Il giorno seguente incamminandomi per la via sentivo in me un insieme di sensazioni diverse, quasi stessi risvegliandomi dopo un lungo sonno ed il chiarore del giorno mi facesse venire voglia di vedere cosa mi aspettasse lì fuori, una volta mosso il mio passo.

I raggi del sole si stagliavano su quelle pietre e vidi con meraviglia che nel punto esatto dove la sfera aveva lasciato di sé solo la cenere ora c’era un grande albero la cui corteccia su di un lato era arrotolata su sé stessa, quasi fosse una pergamena,ed io proprio come si farebbe per aprire una pergamena, srotolai una parte della corteccia dell’albero leggendo quello che c’era scritto:

 “LE CRONACHE DEGLI ABITANTI DEL FIUME.”

Un nuovo pianeta roccioso con nome una sigla.

Calcolare la densità di un pianeta sembra una cosa da poco, ma per quella del pianeta CoRoT-7b sono state necessarie misure certosine e mesi di lavoro. Alla fine è emerso che questo pianeta extrasolare ha una superficie rocciosa, molto simile a quella della nostra Terra.

La scoperta di CoRoT-7b è stata annunciata lo scorso febbraio, ma risale all’anno precedente, durante il quale i ricercatori, dopo una serie di interminabili osservazioni, erano riusciti a determinarne il diametro, pari quasi a due volte quello terrestre.

 

Ci si può chiedere come mai un simile nome per un pianeta. CoRoT è, in realtà, il nome del telescopio spaziale nato da una collaborazione fra Francia, l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e altri paesi, realizzato per scoprire nuovi sistemi solari col metodo dei transiti del pianeta davanti alla propria stella.

CoRoT-7 (il numero 7 rappresenta il settimo pianeta scoperto dal telescopio dalla sua messa in orbita) è una stella distante circa 500 anni luce da noi, con un’età di 1,5 miliardi di anni (un nulla in confronto alla nostra, che ha festeggiato 4,6 miliardi di anni), con massa e temperatura di poco inferiori a quella del Sole. Il pianeta CoRoT-7b ruota attorno alla stella in circa 20 ore su un’orbita molto stretta, con raggio di 2,5 milioni di chilometri, che è circa 23 volte più piccolo di quello di Mercurio, il pianeta più vicino al Sole nel nostro Sistema Solare.

Grazie al fortunato allineamento del pianeta e della sua stella lungo la nostra linea di vista, il pianeta si trova periodicamente a transitare sul disco della stella, determinando una caduta di luminosità di quest’ultima, misurata da CoRoT che ha permesso di stabilire il diametro del pianeta.

 

Finché non è stato possibile determinarne la densità e dunque la massa, non si è potuto affermare con certezza che si trattasse di un pianeta roccioso anche se le sue ridotte dimensioni, circa 2 volte quelle della Terra, avevano fatto pensare proprio a questo. Dopo mesi di osservazioni a La Silla in Cile, si è potuti arrivare ad un valore di 5 masse terrestri, confermando quindi una densità tipica di un corpo roccioso. CoRoT-7b va perciò a collocarsi in quella ristretta categoria di pianeti extrasolari definiti “super Terre” per le loro caratteristiche di massa e dimensioni.

 

Tuttavia, la grande vicinanza alla sua stella, fa sì che il pianeta sia del tutto inadeguato ad ospitare la vita, in quanto se andassimo a misurare la temperatura della superficie esposta alla radiazione della stella essa raggiungerebbe i 2000 gradi centigradi, fino a toccare i meno 200 nella parte in ombra.

Corot

Ma CoRoT-7b non è solo. I ricercatori di La Silla hanno individuato la presenza di un secondo pianeta, con una massa 8 volte quella terrestre che orbita intorno alla stella in tre giorni circa. Il suo nome? CoRoT-7c.

Per i nomi delle stelle e dei pianeti non c’è molta fantasia: una sequenza di sigle e lettere, che sono utili per capire chi, come e quando sono stati scoperti.

Al di là del nome (e della sigla), l’emozione rimane.

 

Sabrina

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